Notiziario dal Carmel

Marzo, 2017

Notiziario dal Carmel di Bangui n° 17 – 5 Marzo 2017 Cari amici, vi scrivo per comunicarvi una notizia importante: tutti i profughi sono rientrati a casa! Sì, avete letto bene: proprio tutti. Dopo tre anni e tre mesi termina qui la nostra avventura iniziata il 5 Dicembre del 2013. E questa è l’ultima puntata della storia del nostro convento diventato improvvisamente un campo profughi. Dal mese di gennaio, infatti, un progetto finanziato dall’Alto Commissariato per i profughi dell’ONU, in collaborazione con il Governo Centrafricano e altri partner, ha permesso a tutti i nostri profughi (e a quelli, molto più numerosi, ancora accampati nei pressi dell’aeroporto di Bangui) di poter rientrare finalmente nei quartieri della città e di riprendere una vita normale. Ogni famiglia ha ricevuto un piccolo sostegno economico alle sole condizioni di trasportare tutte le proprie masserizie nella nuova residenza, smantellare la propria tenda e abbandonare definitivamente il campo. La partenza era libera e nessun è stato obbligato ad abbandonare il campo; ma, di fatto, tutti hanno accettato volentieri di partire. Tutto si è svolto in modo ordinato e senza particolari intoppi. Anzi: siamo rimasti stupiti della maniera rapida, serena e disciplinata con la quale il nostro campo profughi si è svuotato e ha terminato la sua esistenza. Ovviamente tutto questo è stato possibile non solo grazie al piccolo incentivo economico, ma soprattutto per la situazione di tranquillità e sicurezza che ormai si è creata nella capitale. Questo nuovo clima ha incoraggiato i nostri profughi a compiere il grande passo e a iniziare una nuova vita nel quartiere di origine oppure in un altro quartiere della città. Per giorni, al Carmel, è stato un via vai di carretti stracarichi, che ritornavano vuoti per essere ancora caricati e ripartire; poi un risuonare di colpi di martello per smontare i pali delle tende: una musica che non dimenticheremo mai. Erano arrivati correndo, scappando dalla guerra, con la paura sul volto e poche cose in mano o sul capo, raccolte di corsa, per sopravvivere chissà come e chissà fino a quando. Ora, invece, ripartivano con più calma, quasi come convinti dalla pace, con la speranza sul volto, qualche figlio in più e spingendo carretti carichi di sogni e progetti. I profughi erano contenti di partire. E anche noi eravamo contenti; ma, inevitabilmente, c’è stata anche un po’ di tristezza per non averli più tra noi. C’eravamo così abituati e affezionati alla loro presenza, alle loro esigenze e a loro rumore che, i primi giorni, abbiamo tutti percepito un senso di vuoto e un silenzio a cui non eravamo più abituati. Ma questo capitolo intenso e straordinario della storia del Carmel doveva comunque concludersi. Il sindacato dei bambini ha protestato un po’; ma poi anche i più piccoli hanno dovuto arrendersi alle decisioni dei grandi. Non si cresce bene in un campo profughi; lo capiranno da grandi. Ma è vero che abbiamo faticato un po’ a uscire dal portone senza essere più attesi, circondati e quasi spiati da frotte di bambini. Alcuni di loro erano poi fedeli e puntuali alla nostra preghiera della sera. Quanto ci mancheranno! Osservare adesso la zona in precedenza occupata dai profughi, ormai deserta e disabitata, è po’ impressionante. Sembra quasi sia passato un tifone. Soltanto dopo la partenza dei nostri ospiti ci siamo accorti di quanto il nostro campo profughi fosse vasto e popolato (e di quante cose, per evitare i saccheggi nei quartieri, erano state raccolte e accumulate nelle loro tende). In questi giorni alcune persone stanno lavorando per rimettere tutto in ordine, raccogliere l’immondizia, colmare i solchi creati per il drenaggio dell’acqua piovana, riempire le buche delle latrine e delle docce, disinstallare l’impianto e i serbatoi per la distribuzione dell’acqua potabile… in attesa che arrivi la stagione delle piogge per rivedere l’erba che c’era un tempo, dove ora c’è solo terra rossa, dura come il cemento. Di quanto c’era prima è rimasto soltanto il mercato (con bar, cinema e una piccola officina meccanica), notevolmente ridotto rispetto ad un tempo, situato all’ingresso della nostra proprietà e ormai frequentato soltanto da clienti provenienti dai quartieri limitrofi. L’8 Gennaio abbiamo celebrato una Messa di ringraziamento al Signore per tutti i benefici di cui ci ha colmato in questi tre anni e per non averci mai fatto mancare la sua protezione e la sua provvidenza. Abbiamo anche ricordato tutti i bambini nati al Carmel come anche tutte le persone che qui hanno terminato – per vecchiaia o per malattia – la loro vita. Sono venuti anche vecchi amici che erano già partiti nei mesi precedenti. Anche molti profughi di confessione protestante hanno voluto unirsi alla celebrazione. Abbiamo terminato la Messa sulla collina al centro della nostra proprietà con la benedizione della città di Bangui e l'implorazione del dono della pace per tutto il paese. In effetti, non bisogna dimenticare che, se la situazione è nettamente migliorata in capitale, non è così in altre zone del paese come Bocaranga o Bambari. Piccoli gruppi di ribelli – non sempre ben identificabili, spesso divisi tra loro e poco chiari nelle loro rivendicazioni – continuano purtroppo a compiere azioni criminali causando vittime innocenti, seminando paura e costringendo la popolazione ad abbandonare i centri abitati. Con molta fatica la missione dell’ONU cerca di arginare questi fenomeni che, si spera, dovranno assolutamente essere sradicati per permettere a tutto il paese – non solo alla capitale – d’imboccare risolutamente il cammino della pace e dello sviluppo. Prima di lasciarci, davanti a tutti, il presidente dei profughi ha fatto un discorso brevissimo, rivolto alla comunità dei frati, dicendo: “Vi ringraziamo di non averci abbandonati. Non lo dimenticheremo mai". E anche noi non li dimenticheremo mai. Come sarebbe possibile? Quasi di ognuno conoscevamo il volto, talmente ci erano divenuti familiari. Quasi ad ognuno – impossibile il contrario in più di tre ani di convivenza – era successo qualcosa che ci aveva permesso di incrociare la nostra vita con le loro vite. Al Carmel, in questi tre anni, c’è chi è nato e chi è morto, chi si è ammalato e chi è guarito, chi ha trovato un lavoro e chi l’amore della sua vita o chi ha ritrovato la fede, o semplicemente la forza di perdonare, perdute nei meandri della guerra… Quando la mattina del 5 Dicembre 2013 avevamo accolto le prime centinaia di profughi pensavamo che fosse questione di qualche giorno; poi pensavamo che saremmo andati avanti fino a Natale… e poi abbiamo smesso di pensare fino quando sarebbe durata l’avventura, comprendendo che quel pezzo di strada andava fatto insieme. Fuggire o cacciarli sarebbe stato da vigliacchi. Perché lasciarsi sfuggire un’occasione del genere? Accoglierli ci è sembrata da subito la cosa giusta da fare; anche se una cosa del genere, e di tali proporzioni, nessuno di noi l’aveva mai fatta e nessuno di noi poteva prevedere come e quando sarebbe finita o dove ci avrebbe portato. Se quel giorno ci avessero detto che i profughi sarebbero diventati poi migliaia e che si sarebbero installati per tre anni… forse ci saremmo spaventati e avremmo rifiutato. E invece ci siamo solo un po’ spaventati… Ma non c’è dubbio che quanto abbiamo vissuto sia stato dal punto di vista umano e cristiano un’esperienza che ci ha profondamente segnato e che ricorderemo tra le più belle e intense della nostra vita. Non c’è stato tra noi un eroe; e, tanto meno, quell’eroe sarebbe il sottoscritto. Ognuno ha fatto la sua parte, giorno dopo giorno, permettendo di dare il cambio a chi era un po’ più stanco. Il sottoscritto ha semplicemente cercato di raccontarvi un po’ cos’è una guerra – una delle tante di cui è purtroppo ammalato il nostro pianeta – e di come un convento possa convivere con 10.000 profughi… con qualche difficoltà logistica, ma anche con una buona dose di divertimento, non poche soprese e qualche soddisfazione. Un buon lavoro di squadra ci ha permesso di venirne sempre a capo, anche nelle situazioni più difficili o imprevedibili. Devo, infine, riconoscere che è anche grazie a questa guerra se i miei lettori e gli amici del Carmel sono aumentati. È proprio vero che non tutto il male vien per nuocere! Mi sia permesso dirvi ora il mio grazie più sincero per la passione, l’interesse e la generosità con cui ci avete seguito. La nostra missione alla periferia di Bangui ha avuto una visibilità che non abbiamo cercato e la nostra avventura una risonanza che neppure potevamo immaginare, ma che ci hanno permesso di allargare il cerchio delle nostre amicizie e di scoprire quante persone facevano il tifo per noi e perché il Centrafrica vincesse la guerra contro la guerra. Ora il vostro corrispondente da Bangui avrà probabilmente cose meno interessanti da raccontarvi. Ma non è questo il momento d’abbandonare il Centrafrica che ha ancora bisogno della vostra simpatia e della vostra amicizia. C’è un paese non da ricostruire, ma da costruire per la prima volta e non possiamo farcela senza il vostro contributo. L’Africa è un continente in fermento e che riserva sempre grandi sorprese. Anche al Carmel nuovi cantieri stanno per essere aperti. Non mancherò di aggiornarvi. Un abbraccio, ancora grazie e alla prossima! padre Federico, i frati del Carmel di Bangui e tutti i nostri ex-ospiti

 

A SCUOLA CON BOLIVIE

Febbraio, 2017

Da alcuni anni la scuola secondaria di I° grado di Carcare ha aperto le porte all’associazione ONLUS Savona nel Cuore dell’Africa e organizza interventi nelle classi per sensibilizzare e avvicinare i ragazzi a realtà e culture diverse dalla nostra, facendo capire loro che le diversità sono una ricchezza, anche se talvolta non ce ne rendiamo conto. A raccontare la sua storia e i suoi sogni è Bolivie Wakam, un ragazzo del Camerun che studia ingegneria a Savona. Bolivie parla ai ragazzi del suo paese, della sua famiglia, della sua infanzia difficile (però anche felice perché circondato dalle persone amate), dei sacrifici affrontati per venire a studiare in Italia e dell’impegno necessario per realizzare i suoi obiettivi, i suoi sogni, che piano piano stanno diventando realtà. I ragazzi lo ascoltano con attenzione, fanno domande, appaiono curiosi e subito si affezionano a questo ragazzo, che li fa sentire fortunati di avere quello che hanno e li stimola ad impegnarsi nello studio e a realizzare i loro sogni. Dopo aver parlato della sua vita in Camerun ed aver proiettato le fotografie scattate giù nel suo paese, Bolivie descrive le emozioni provate quando è giunto in Italia, le difficoltà affrontate, i pregiudizi con i quali talvolta si è trovato ad avere a che fare, ma soprattutto la gioia di potersi finalmente dedicare ai suoi studi sull’energia. Il suo progetto sull’energia solare a Batoufam, in Camerun, è già iniziato (e Bolivie ci mostra le immagini dei pannelli solari installati e del primo lampione, che è diventato un vero e proprio monumento!). Ma il progetto è lungo e ambizioso e ci vorrà ancora tempo e dedizione per portarlo a termine. Che dire? I ragazzi non si perdono una parola di Bolivie e, quando è il momento di fare domande, la prima cosa che chiedono spesso è: “Ma poi torni?”. La cosa migliore è ascoltare la voce dei ragazzi, attraverso alcune testimonianze e piccoli pensieri. E quindi, diamo spazio a loro: “…Bolivie è una persona molto volenterosa e molto brava. Ci ha spiegato che il cibo e l’acqua sono delle risorse indispensabili per il mondo. Spero di rivederlo presto”; “…sei un ragazzo bravo, gentile, simpatico e intelligente. Spero che ritornerai e io sono contentissimo”; “Bolivie mi ha insegnato che bisogna essere ambiziosi nel pensare e fare le cose, ma bisogna impegnarsi molto per ottenerle”; “Bolivie mi ha trasmesso tanta voglia di studiare…”; “…d’ora in avanti starò più attento a non sprecare più acqua e cibo, visto che in Africa ne hanno bisogno”; “Io credo che nel paese da cui viene Bolivie le persone, anche se povere, sono ricche…la loro ricchezza è vedere un sorriso…”; “Sono stata molto contenta dell’intervento di Bolivie perché mi ha fatto ragionare; ora cercherò di stare più attenta a non sprecare l’acqua e il cibo, cercherò anche di aiutare mia mamma e di diventare un po' più indipendente. Ora quando guarderò il cibo oppure la mia casa o un’opportunità che avrò, cercherò di guardarla con i suoi occhi, quindi grazie”; “Bolivie mi ha aperto gli occhi, finalmente ho capito che cos’è la povertà e mi sono reso conto che andare a scuola è qualcosa di meraviglioso”; “Dopo l’intervento di Bolivie ho capito di essere un bambino fortunato…”; “…ora penso di essere la persona più fortunata al mondo perché posso studiare tranquillamente”; “…mi ha fatto capire quanto siamo fortunati perché possiamo studiare, possiamo sceglierci e crearci il nostro futuro, mentre ci sono ragazzi che non hanno nemmeno da mangiare”; “…bisogna apprezzare tutto quello che ci è stato dato”; “Mi commuove l’idea che questo ragazzo riesca ad aiutare moltissime persone e ho capito che insieme si può fare molto”; “Le lezioni di Bolivie mi hanno fatto pensare molto, perché lui si impegna tanto per migliorare e portare l’elettricità e la luce nel suo paese, mentre io non faccio molto e a volte penso che sarebbe meglio che studiassi di più per migliorarmi e poter anch’io, un giorno, migliorare la società”; “Secondo me Bolivie è un ragazzo fantastico e mi ha sorpreso molto la sua determinazione nel voler fare del bene per il suo villaggio. Mi ha trasmesso molta fiducia e speranza perché ho visto quanti sacrifici ha fatto nella sua vita credendo sempre in se stesso…”; “…mi ha dato tanti insegnamenti, ad esempio di aiutare le persone, cercare di non litigare ed essere sempre amici…”; “..,mi ha fatto capire che noi diamo per scontate cose che là non lo sono, mi ha fatto capire anche che è molto bello aiutare gli altri”; “…mi ha emozionato molto e spero di riuscire a contribuire al suo progetto”; “…io gli rivolgo un grande GRAZIE per i suoi insegnamenti e spero che l’anno prossimo venga nuovamente a trovarci”; “…ci ha insegnato che ogni cosa è possibile, basta che ci credi, sempre”; “Ero contento di aver incontrato Bolivie l’anno scorso e pensavo che fosse un ragazzo intelligente, in gamba e con un cuore d’oro. Dopo averlo incontrato anche quest’anno ho avuto la certezza che quello che pensavo era vero!”; “Penso che se ci fossero nel mondo più persone come Bolivie, quindi con un cuore così grande, il mondo migliorerebbe moltissimo”; “Mi ha fatto capire che, se veramente credi in ciò che desideri, con impegno e costanza raggiungi l’obiettivo”; “…mi ha fatto capire che bisogna apprezzare ciò che si ha perché ci sono persone che non se lo possono permettere e che noi siamo fortunati a nascere qui in Italia…”; “…ci ha insegnato a non avere pregiudizi sulle persone straniere…”; “…durante gli incontri con la nostra classe ha catturato fin da subito la nostra attenzione, ma soprattutto i nostri cuori…..GRAZIE , Bolivie, per aver riempito i nostri cuori di amore”. Di una cosa possiamo essere certi: anche se di tutto ciò che è stato detto alcune cose andranno dimenticate, anche se tutti noi verremo inevitabilmente risucchiati dalla nostra quotidianità (come è giusto che sia), almeno una parte delle parole di Bolivie resterà sempre nel cuore dei nostri ragazzi e sicuramente le riflessioni fatte li aiuteranno ad essere persone migliori, più libere da pregiudizi e costrizioni mentali. Non rimane quindi che ringraziare Bolivie per i suoi interventi e il suo entusiasmo e l’Associazione Savona nel cuore dell’Africa per tutto ciò che fa e continuerà a fare. Gli incontri a scuola ovviamente continueranno, anche perché Bolivie deve raccontare quello che farà nei prossimi mesi quando andrà in Africa e soprattutto perché i ragazzi lo aspettano a braccia aperte!!!!

 

L'ESPERIENZA DELLA NOSTRA VOLONTARIA DOTT.SSA DARIA BONFANTI IN SIERRA LEONE

Dicembre, 2016

Ciao Marco, Ti scrivo dalla Sierra Leone.

Ti volevo raccontare qualcosa della mia esperienza qui. Sono qui dal 27 novembre e mi fermo fino al 15 dicembre, per cui ho quasi concluso. Sto a Lunsar, una piccola città nel nord. Il progetto (nell'ambito di un progetto più ampio dell'associazione ENGIM per il ripristino del sistema sanitario dopo Ebola) prevedeva un corso di 3 giorni alle infermiere dei centri di salute periferica e come seconda parte una formazione ai rappresentanti delle comunità nei villaggi. Siamo io ed una pediatra di Roma; il corso alle infermiere lo abbiamo concluso, si è parlato di nutrizione in gravidanza, allattamento, svezzamento, igiene, classificazione diagnosi e trattamento della malnutrizione. In questi giorni stiamo invece facendo la formazione nei villaggi,parliamo più o meno delle stesse cose ovviamente in maniera molto più semplice e soprattutto con l'aiuto di molte immagini. Sicuramente sto facendo un'esperienza bella e molto utile anche se come puoi immaginare non facile visto il problema della lingua ed il fatto che comunque si tratta di un lavoro per me del tutto nuovo. Poi sicuramente rispetto al Camerun mi manca molto la componente del gruppo Ma devo dire che specialmente l'esperienza nei villaggi e stata molto bella ed arricchente. Ovviamente ho messo insieme parecchio materiale magari poi se capita te lo faccio vedere chissà che non possa tornare utile in futuro.

Ciao A presto

Daria

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INCONTRO con BOLIVIE

Maggio, 2016

Dopo il successo dei precedenti interventi, anche quest’anno la Scuola Secondaria di 1° grado di Carcare ha ospitato i volontari dell’Associazione onlus ‘Savona nel cuore dell’Africa’. Bolivie Wakam è così tornato tra i banchi di scuola a raccontare la sua esperienza, il suo impegno e i suoi progetti ai ragazzi che, come in passato, lo hanno accolto calorosamente. Ecco cosa ha scritto Bellenda Rossella (2B) ripensando all’incontro con Bolivie:

INCONTRO CON BOLIVIE – di Rossella Bellenda

Bolivie Wakam ha 26 anni e proviene dal Camerun. Dietro due occhi neri come il petrolio brillano orgoglio e determinazione. Dietro il sorriso che illumina così spesso il suo volto si nascondono speranze e nostalgia. La storia di Bolivie è molto diversa da quella di tanti suoi connazionali, migranti disperati in cerca di salvezza e di un futuro migliore, che mettono le loro vite in gioco sui barconi che, troppo spesso, rappresentano solo un passaggio verso la morte. Anche lui ha conosciuto la povertà, ma una povertà dignitosa dove ad un ragazzino brillante ed intelligente come lui era consentito andare a scuola, imparare, trovare una via per cambiare il corso della propria vita. A Batoufam, il suo villaggio, alle 4 del mattino Bolivie si alza per ripassare perché alle 6 deve andare a prendere l’acqua al pozzo, portarla a casa, fare colazione (se c’è qualcosa da mangiare!) e percorrere un bel pezzo di strada per arrivare a scuola. Si studia su banchi fatti a mano e questo è un privilegio perché in alcune scuole non ci sono proprio e i ragazzi fanno lezione seduti per terra con i quaderni appoggiati alle ginocchia. Bolivie è uno dei migliori della classe, si impegna molto perché sa che solo in questo modo potrà costruirsi un futuro migliore. Racconta che il suo villaggio è diviso in due parti: una povera, fatta quasi interamente di baracche e priva di elettricità; l’altra costituita da palazzi trascurati abitati da persone più benestanti che possono beneficiare della luce elettrica. Gli si forma una ruga in mezzo alla fronte quando, andando indietro con i ricordi, racconta che – non appena possibile – andava a studiare a casa di un amico il cui padre era ricco in modo da poter ripassare con la luce vera e non al chiarore tremolante di una lampada a petrolio. La scambiamo per un momento di tristezza, ma è un errore. Quella ruga è l’espressione della determinazione con cui Bolivie prosegue il suo racconto: proprio la differenza fra le due parti del villaggio lo ha spinto a diventare ingegnere con l’obiettivo di portare la luce in tutto il suo paese. Bolivie partecipa ad un concorso per venire a studiare in Europa, essendo di lingua francese il suo obiettivo è quello di raggiungere Parigi ma, i costi troppo elevati, lo convincono a fermarsi in Italia, dopo che sua mamma - per pagargli il viaggio - ha dovuto vendere il salotto di casa. Arrivato in Europa, ci racconta, rimane quasi traumatizzato dall’enormità di tecnologia, comodità e lusso che vede intorno a sé. Tutto questo benessere, che inizialmente lo spaventa, finisce con il rendere ancora più urgente il desiderio di veder realizzato il suo sogno. Ed infatti il sacrificio di mamma Wakam è ben ripagato: Bolivie si è specializzato in ingegneria energetica al Campus di Savona dove ha realizzato un importante progetto per sfruttare l’energia solare allo scopo di permettere ai 16mila abitanti del suo villaggio di poter usufruire di una risorsa così fondamentale per lo sviluppo economico e umano dei paesi come l’elettricità. Tornato in Cameroun, infatti, Bolivie ha portato con sé un pannello solare: prima di procedere con l’installazione si è occupato di formare una ventina di giovani del villaggio facendo apprendere loro le tecniche di montaggio e di manutenzione di sistemi solari, e il pannello è stato poi installato in un centro di ritrovo sotto lo sguardo ammirato del capo villaggio, soddisfatto di vedere i giovani investire per lo sviluppo del paese. Prima di fare ritorno in Italia per completare i suoi studi, Bolivie ha fatto il giro di tutte le scuole ed ha portato quaderni nuovi a tutti i bambini per invogliarli ad andare a scuola e a realizzare i loro sogni. "I paesi africani hanno bisogno di essere creativi. Il sole è una risorsa gratuita e inesauribile. I pannelli fotovoltaici convertono direttamente i raggi del sole in energia elettrica senza inquinamento e senza danneggiare l'ambiente. Possono produrre abbastanza elettricità per le stufe elettriche, pompe ad acqua, illuminazione etc. e l'Africa ha uno dei climi migliori per sfruttare questo tipo di energia". Bolivie raccoglie timidamente i nostri applausi. Ci regala un ultimo sorriso ed esce per proseguire il suo progetto, per realizzare il suo desiderio, per poter portare a compimento il sogno di una vita. E a noi, che siamo nati con l’acqua corrente in casa, la luce, la tv, il cellulare e il Nintendo, non riesce neppure possibile immaginare la sua infanzia, a maggior ragione quando ci diceva che lui è stato un bambino fortunato. Però abbiamo sentito la forza del suo impegno e la determinazione della sua volontà che gli hanno dato la capacità di cambiare il mondo. E allora mi chiedo, è necessario un grande bisogno per avere una così grande forza? E noi che abbiamo tutto, dove troveremo la capacità di cambiare il mondo? Buona fortuna Bolivie, spero che tutti i tuoi progetti si realizzino. Per conto mio oggi non accenderò né telefono, né tablet, né tv ma dedicherò una sera a pensare al tuo villaggio sfavillante di luci.

 

 Missione Sanitaria in Cameroun  : l'esperienza del 2° gruppo

Maggio, 2016

Cameroun 2016, secondo gruppo.
Si torna sempre sul luogo del delitto.. Così anche quest’anno partiamo. Staremo tre settimane, convinti che un periodo più lungo sarà più proficuo. Siamo il cambio del gruppo degli “anziani”, non ce ne vogliano Marco, Bruno ed Elia, ma la loro esperienza e capacità professionale sono ampiamente rodate in Africa. Noi siamo un gruppo di giovanotti di belle speranze, per gran parte già conosciuti lo scorso anno e dopo di noi verrà un gruppo di rampolli rampanti, pieni di grinta e di energie. Arriviamo a Parigi in perfetto orario, sfuggiamo a tutti i controlli anti mortadella e all’improvviso un gruppo di profughi stravaccati davanti al nostro stesso gate ci sembra familiare. Riconosciamo subito i nostri compagni dello scorso anno, Susanna compresa, baci abbracci a non finire. Alcuni profughi sono nuovi : Nemo, Filippo, Sabrina. In particolare Sabrina non ci si fila proprio, scopriremo in seguito che parla solo il ligure preistorico, così come scopriremo che è una delle persone più simpatiche, affettuose e a suo modo geniale.
Si arriva a destinazione senza intoppi. I soli non “camerounensi” sono Filippo e Sabrina, ma non è un problema. Ci si riadatta subito tutti alla splendida ospitalità salesiana senza alcuna difficoltà. Scopriamo invece che le difficoltà ci sono sull’organizzazione del lavoro. I contatti mail con Marco ci avevano avvisati . Toccherà a Erika e Susanna mettere alle corde un riluttante direttore sanitario che alla fine rispetterà i patti, intimorito dalle minacce delle due fanciulle. Manca all’appello Milobert, infermiere di sala operatoria esperto, che in Africa è l’equivalente di un primario chirurgo di periferia italiano. Anche quest’anno il nostro chirurgo dovrà accontentarsi dell’aiuto di chi capita (Adriano come al solito e addirittura nel pieno del delirio di onnipotenza, di Nemo e Daria. Giuro, Daria!!).
Il lavoro quest’anno stenta un poco rispetto allo scorso anno. Le difficoltà logistiche e amministrative pesano. Tuttavia non mancano esperienze nuove. Abbiamo addirittura due anestesisti, ma come ogni chirurgo sa bene, questo è un problema.. Continua a mancare l’acqua e la luce fa come vuole.
Rossana ha quadruplicato il numero delle sue prestazioni e ha insegnato ostetricia a Nemo e al chirurgo, entrambi terrorizzati da un parto notturno senza luce e senza luna. Immaginatevi una mamma nera, un bambino nero ,un’ostetrica nera nel buio più totale con qualche sciabolata di luce della torcia e Rossana che misura al buio la dilatazione.. Abbiamo istituito una giornata chirurgica italo-camerounenese con un simpatico ginecologo locale che si è esibito su una isterectomia con trasfusione estemporanea mamma-figlia e ha contraccambiato la cortesia con alcune dritte su cosa fare con un caso complesso. Per inciso la paziente è andata a casa in quarta giornata postoperatoria in ottime condizioni generali. Abbiamo raddoppiato il numero degli interventi sui pazienti detenuti e Nemo e Daria sono andati in carcere tante di quelle volte che pensavamo che gli volessero .. affittare una stanza con vista cielo a scacchi. Abbiamo sperimentato il sistema sanitario locale quando l’eroico Nemo ha brillantemente diagnosticato una crisi di malaria cerebrale. Basta pagare ed escono fuori tutti i farmaci necessari. Abbiamo sperimentato la frustrazione di non poter far nulla per un peritonitico settico e ancora peggio, non abbiamo potuto far nulla per un bambino di 10 anni con una stenosi esofagea da caustici. Insomma, il maggior tempo libero di cui abbiamo goduto quest’anno ci ha permesso di capire meglio la realtà che l’anno scorso avevamo affrontato solo in sala operatoria e ci ha permesso di approfondire la conoscenza di persone come Madeleine, la strumentista di Enongal, spirito allegro, che è stata capace da sola di fare un cesareo con la ketamina salvando madre e bambino e che viene chiamata quando l’ospedale è chiuso, per fare la “chirurga”. E non si tira mai indietro.. Susanna e Sabrina sono state le madrine impareggiabili di tutti gli orfanatrofi loro affidati e con puntualità e scrupolo hanno risolto le beghe finanziarie. Nemo e Filippo hanno infettato tutta l’Africa. Nemo negando le cure al chirurgo sofferente di mal di gola e Filippo come untore ha sparpagliato i suoi virus e batteri dall’oceano alla foresta. Ma senza di loro il nostro gruppo non avrebbe lavorato bene. Sono stati dei veri stakanovisti dello stetoscopio , della ricetta e dello spaccio diretto.
Che dire degli altri, Adriano Daria Erika Marcello Rossana Walter..
Appunto, che dire ???


Frosinone 24 aprile 2016

 


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 ATINA

Gennaio, 2016

Fa freddo. Atina e suo cugino sono rannicchiati in questa tendina, la loro casa da dieci giorni. Come altri bambini qui, non piange, ha un'espressione seria e matura come se capisse che non deve dare altre preoccupazioni a sua mamma. Come se capisse che non può avere 7 anni qui. Anche se ce li ha. La notte passa. Fredda.
Appena arrivo al campo la mattina dopo cerco la loro tendina. La trovo. Le chiamo. Non so bene cosa dire. Non so bene perché sono tornata. Forse solo per dirle che non mi sono dimenticata di loro. Stavolta scoppia a piangere. Mi mostra le mail che ha scritto ad un ospedale a Londra perché Atina possa essere curata.
Le frontiere sono ancora chiuse. L'idea che passino un'altra notte così mi fa soffrire. Parliamo tanto. Alla fine decidono di partire per Atene. Almeno aspetteranno al riparo, vicino ad un ospedale. Mi sento sollevata e organizziamo tutto per domani mattina. Autobus, centro di accoglienza, supporto sanitario. Ancora una notte e poi finalmente lasceranno questo posto.
La notte però non passa liscia. La tensione è cresciuta nel campo. Le proteste hanno preso la forma di pietre scagliate un po' ovunque. Sono arrivati altri 50 pullman nella notte e ora non fanno più passare neanche i siriani gli afghani e gli iracheni. Sono quasi 4000 ormai in questa trappola.
Gli autobus non sono partiti alle 9 come avrebbero dovuto.
Si lo so che ci sono 4000 persone disperate. Ma stamattina sto pensando solo a come aiutare Atina e la sua famiglia. Non è molto professionale. Ma è così.
Arrivo al campo e mi chiedo come farò a trovarle tra quella folla. Angela, psicologa dello staff le cerca in un hotel dove qualcuno si è rifugiato nella notte. Non le trova. Trova invece un'altra famiglia di iraniani con una bimba down. Hanno speso i loro ultimi soldi per questa notte in hotel. Prendiamo i loro dati. Aspettate qui.
Proprio subito fuori dal campo, nella confusione di gente e polizia, vedo una bimba con un berrettino rosa. Atina! Eccola. Che sollievo. Le do i fogli che le serviranno ad Atene e mi assicurò che salgano sul pullman. Respiro.
Quante altre Atina ci saranno in questo campo? E in tutto questo tragitto disperato? Lo so. Ma per un attimo sono felice. Perché stanotte Atina non avrà freddo.

Chiara Montaldo MSF

 


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 MSF uno sguardo  all'Europa di Chiara Montaldo

Novembre, 2015

Stavo per partire per la visita dei Balcani sulla strada percorsa dai profughi di oggi. In partenza a Bruxelles mi hanno rubato la borsa con tutti i soldi e i documenti. Addio viaggio. Eppure da subito ho capito che era il giusto inizio. Per provare, seppure in una forma del tutto annacquata, come ci si sente ad essere improvvisamente senza quei supporti necessari alla nostra vita, ai nostri movimenti, al nostro "essere noi". Il primo pensiero per tornare a casa è stato salire su un treno senza biglietto. Diventare subito "irregolare", "illegale". Se non l'ho fatto è stato solo grazie alle hostess che hanno fatto una colletta e mi hanno dato 30 euro. Per una serie di combinazioni fortunate ho riavuto tutti i documenti e dopo 2 giorni ero su un aereo per la Macedonia. Fino ad oggi la Grecia era stato un posto da vacanze per me, la Macedonia uno di quegli stati di cui a fatica conoscevo i confini, la Serbia un prodotto della guerra dei Balcani... Oggi questi stati sono il teatro di un esodo storico. Ho visto migliaia di persone in cammino, famiglie, tantissimi bambini, tantissimi anziani. Persone che non vogliono fermarsi neanche un attimo a riposare. Quasi nessuno mi è sembrato arreso. Anzi il tratto più comune è la determinazione. Andare avanti, anche di notte, anche con i bambini in braccio, prima che l'inverno arrivi a congelare le strade, i piedi, le braccia. Lo zaino in cui avevano messo le cose più importanti, diventa sempre più leggero. Le cose si abbandonano lungo la strada. Ad ogni passo si rompono, si rovinano, si perdono. Ad ogni passo perdono valore. La vita di prima è finita. Ma ora non c'è tempo di pensarci. Ora bisogna solo andare avanti. Una donna incinta di 7 mesi itterica viene in ambulatorio. Le proponiamo il ricovero. No. Non può perdere il gruppo, deve proseguire. La vedo inghiottita nella notte con il suo gruppo e mi chiedo che ne sarà di lei, del suo gruppo, del suo bambino. Mentre scompaiono, una lacrima mi brucia la faccia. Mi rimbomba in testa il rumore dei passi quando il gruppo parte. Mi rimane in testa per diverse ore. Quanti ne saranno già morti prima di arrivare qui? Quanti di loro che sono qui oggi, raggiungeranno un rifugio sicuro? Cosa succederà a quelli che ce la faranno? Come può qualcuno voler ulteriormente ostacolare questo viaggio? Come è possibile? La Turchia e la Grecia sono divise da un sottile braccio di mare. Ero abituata al mare che divide la Libia dalla Sicilia. Avevo già conosciuto il suo volto assassino. Il rosso che avvelena il blu. Ancora una volta. Senza tregua. La spiaggia di Lesbos è una distesa di resti di gommoni e giubbetti di salvataggio. Ogni volta che ne vedo galleggiare uno in mare spero che l'onda se lo sia preso dalla spiaggia...spero che chi l'ha indossato sia salvo da qualche parte... Gommoni, autobus, treni, strade, accampamenti. Colmi di un' umanità commovente. Per la sua forza. Umanità che costringe a pensare, a pensarsi. Ti ci specchi dentro. Potresti essere tu. La tua famiglia. Invece io anche questa notte dormo al caldo, al sicuro. Gli anziani mi commuovono ancora più dei bambini. Perché loro lasciano. Sanno quello che lasciano. Amano quello che lasciano. Anche se oggi sono costretti ad odiarlo. La guerra, i muri, la paura, il filo spinato, le disuguaglianze. La forza, la solidarietà, la determinazione, il coraggio. C'è di tutto in questa fuga. E tutto oggi mi rotea nella testa e nella pancia .

 


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 MSF in Repubblica Centroafricana , l'esperienza di Salvatore Garzarelli

Novembre, 2015

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EBOLOWA-ENONGAL 2015

CHI HA PAURA DI EBOLA ? CRONACA DALLA GUINEA

Storia di un ragazzo Africano

RCA: polémique sur les candidatures à la présidentielle

Morire di maternità

In Africa è viva la speranza

Appello contro le deportazioni in Libia

Il vertice della Nazioni Unite sulla sicurezza alimentare a Madrid rischia di fallire gli obiettivi. La malnutrizione uccide quasi 10mila bambini al giorno.

Il prezzo della fame

Tra il dire e il fare

Turismo Responsabile funzione educativa nei parchi

Una nuova speranza

Savorgnan de Brazza

Sommet de la FAO à Rome 

Mangiare con la FAO

Potremmo sfamare tutti, se non si speculasse

Ione che cura gli Africani

Due medici savonesi in Africa

Il conflitto nascosto dell'Africa Centrale

Le comité scientifique de Mémoire Afrique

I Missionari, costruttori di ponti e di pace

Aiutare l'Africa?

Una delle tante AFRICHE

Gli avvenimenti di Ngaoundaye

MISSIONE IN CAMEROUN 2015 -LA RETE SI ALLARGA

Marzo, 2015
Finalmente ci siamo. Dopo mesi di contatti con Marco e Franco culminati in giugno nella maremma selvaggia davanti a pesto ligure e vinello locale, siamo pronti a partire. Siamo in tre, in rigoroso ordine alfabetico siamo Adriano,Marcello e Walter. Un infermiere di sala operatoria,un chirurgo e un anestesista. Rappresentiamo la Onlus Aviap che ha sede a Frosinone o meglio in "Ciociaria" e che ha deciso di internazionalizzarsi con una collaborazione con i colleghi liguri già esperti di Cameroun. Non è la nostra prima esperienza sanitaria in Africa. Abbiamo lavorato più volte in Etiopia e Rwanda con altre organizzazioni,ma ogni partenza ha il suo sapore e le sue ansie particolari. Quest'anno siamo più preoccupati del solito per una serie di ragioni,alcune facilmente intuibili (ebola, Boko Haram…) , altre legate al fatto che a parte Marco,non conosciamo nessun altro e sappiamo bene quanto fuori di casa,in ambiente tecnicamente ostile,sia invece fondamentale la convivenza fraterna. L'arrivo in aereoporto è quello classico dell'Africa dell'immaginario di tutti. Gran caldo,grande caos e grande stanchezza. Incrociamo in partenza appena per qualche minuto Franco che ci da' rapidi e preziosi suggerimenti sulla gestione delle liste e della camera operatoria e dopo poco ci riuniamo tutti. L'unico volto per noi conosciuto è quello di Marco e solo il giorno dopo,ad essere sinceri, riusciamo a collegare un nome a un volto. Ecco quindi Brunella, Erika, Rossana, Daria e Federico. Saranno i nostri inseparabili compagni di vita e di lavoro per le successive due settimane e immagino che anche nelle loro teste sia passato il nostro stesso pensiero : "…speriamo bene…!!" . Rapido sopralluogo e sistemazione dell'ospedale alla domenica e inizio quanto meno della vita comunitaria. Da domani sarà tutta un'altra musica, si comincia a lavorare e ci sarà poco spazio per scherzi e goliardia, pensiamo visto il luogo non proprio negli "standard" (manca l'acqua in ospedale..). E arriva il temuto,almeno per noi di sala operatoria, battesimo del fuoco. Siamo senza un chirurgo come si sarà accorto chi è esperto di vita ospedaliera. Ma siamo in Africa e siamo Italiani..il "miracolo" è sempre dietro l'angolo. Dal cilindro del cappellaio spunta fuori Rossana, ostetrica rivelatasi strumentista di rara sensibilità chirurgica e Adriano tira fuori un'abilità chirurgica che verrà taciuta in Italia per non offendere qualche collega "chirurgo vero".. E finalmente l'incantesimo è rotto e si veleggia in favore di vento al ritmo di almeno 4-5 interventi al giorno. Walter è il solito anestesista perfetto,così perfetto che lascia fare le spinali a Madeleine e si dedica alla chirurgia insieme ad Erika,con risultati incredibili (buoni,intendo..) Senza mai cadere di livello la s.o. diventa per noi luogo ovvio di lavoro ma soprattutto allegrissima camera di compensazione dell'altrimenti pesantissima situazione sanitaria che c'è al di fuori di queste mura. Ma tutto questo è possibile solo per il secondo "miracolo africano" di cui gode la sala operatoria : la presenza granitica,allegra,gioiosa,instancabile di Brunella ed Erika. Nessun'altra combinazione di persone avrebbe garantito gli stessi risultati e la stessa armonia lavorativa. Anche nei momenti difficili, e ce ne sono stati, mai un muso lungo,mai uno sguardo di traverso o una parola antipatica. Grazie alla Provvidenza e grazie a.. Marco che ha assemblato i gruppi. Non ha senso per noi fare il diario quotidiano dell'attività di s.o. e neanche vogliamo dilungarci su tutte le altre attività comuni come le visite in carcere ,agli orfanatrofi o le gite "fuori porta". Quello che a noi tre preme sottolineare è che abbiamo lavorato tutti bene (non oso entrare nel merito dell'attività di Marco ,Federico e Daria che immagino terribile visto che hanno visitato mezzo Cameroun..). Abbiamo conosciuto compagni di vita e di lavoro eccellenti e siamo fermamente convinti che su queste basi si possa costruire un progetto futuro valido e duraturo. Solo una piccola nota per il grande Federico : la prossima volta abbi pietà di Daria!! A presto Adriano,Marcello,Walter.

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CHI HA PAURA DI EBOLA ? CRONACA DALLA GUINEA

Luglio, 2014
Sono tornata dalla Guinea Pensavo che le missioni di urgenza fossero più facili da lasciare...invece anche questa volta la partenza e' stata dura. Anche questa volta la hostess del volo di ritorno mi ha offerto i fazzolettini... È come se ogni minuto valesse un'ora, ogni ora un giorno, ogni giorno un mese... Così minuto dopo minuto mi sono inoltrata in un'altra realtà. Ho imparato la preparazione e la concentrazione prima di entrare nell'isolamento. La comunicazione muta e precisa con i colleghi, i modi per essere vicino ai pazienti, nonostante le tute da palombaro, i doppi guanti, la maschera... Ho sentito un'altra volta la forza delle relazioni che si creano quando si condivide intensamente un'esperienza faticosa, e improvvisamente la fatica si trasforma in energia vitale... Ho accompagnato la morte di Moussa, Mabinti, Ibrahim, Abdul e Mohamed. E finalmente senza tute e protezioni, ho accolto all'uscita dell'isolamento 10 pazienti guariti. Vi mando questa foto, forse la più bella che ho portato via con me. È una paziente guarita. Ci è venuta a ringraziare pochi giorni dopo la dimissione. Indossa un vestito di lutto per i decessi della sua famiglia. Ma è viva. Sono vivi i suoi occhi. E' viva la sua speranza e la sua forza per ricominciare. Il suo sorriso e' la lezione più bella che ho imparato in questo mese. Chiara

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Storia di un ragazzo africano

Febbraio, 2014
Una fra tanti milioni di storie di ragazzi nati e cresciuti in un paese dell'Africa subsahariana, in questo caso il Cameroun. Sicuramente neppure una delle peggiori , ma dato che il destino ha voluto che incrociasse la strada che stavo percorrendo, vorrei raccontarla proprio per l'importanza che ha assunto sia per me che per i miei colleghi medici e amici volontari di missione in Africa. Potrete scegliere se leggerla o non leggerla , ritenere che possa interessarvi o meno, ma personalmente sento il dovere di scriverla per diffonderla in suo onore e per quello di milioni di altri ragazzi simili a lui. Avrei scelto di proporla all'interno di questo blog internautico, se la Redazione sarà d'accordo , anche se apparentemente sembrerebbe un argomento diverso da quelli normalmente trattati ma che a mio avviso ha un denominatore comune ad essi : quello dell'ingiustizia sociale. A volte capita di pensare che se potessimo tracciare su un foglio il percorso che ognuno di noi fa nella vita per arrivare in un luogo dove un individuo sconosciuto ti sta aspettando, apparirebbe un tracciato con una serie di curve e contro curve ad angolo retto, ottuso, acuto ma che infine convergerebbe inevitabilmente in quel punto preciso, dove da sempre hai un appuntamento . Ed a certi appuntamenti non riesci a sottrarti, sembrano proprio obbligati. La mattina successiva al nostro arrivo nella città di Ebolowa , nel sud Cameroun nel tardo gennaio 2014 , dove ogni anno ci rechiamo per svolgere volontariato sia medico che umanitario, venne a cercarci un giovane assistente sociale (foto 2 ) del luogo chiedendo il nostro aiuto per un ragazzo indigente che seguiva da tempo . Durante il nostro periodo di missione alloggiamo sempre presso l' Institute technique don Bosco di Ebolowa e da li ci muoviamo per i nostri vari progetti. Nel pomeriggio dello stesso giorno io ed Elia ( il veterano del gruppo che si reca ad Ebolowa dal 1997 ) accompagnati dall'assistente sociale, attraversammo il quartiere povero della città fatto di case di fango, costruite tutte a ridosso le une alle altre, con piccole piazzole intercalate fra loro e in una delle quali stavano giocando alcune bambine che, spaventate alla vista di noi due uomini bianchi , scapparono gridando " le blanc...le blanc", probabilmente spinte dall'eredità di un istinto atavico. Arrivati davanti a una costruzione che non saprei descrivere se non simile ad un povera baracca abbandonata di campagna , dopo aver aperto a fatica una porta sgangherata, entrammo in un'unica stanza buia maleodorante e ricolma di rifiuti di ogni genere, dove era difficile mantenersi in equilibrio e sopratutto avanzare chinati per non sbattere la testa. Accendemmo delle pile per capire in fondo alla stanza chi ci fosse e dal buio apparve per la prima volta Apiù, un giovane ragazzo dall'aspetto sofferente di 16 anni, che tendeva la mano (foto 3) in segno di carità. Sbigottito da tale inaspettata visione e stordito dagli odori impossibili che aleggiavano in quel tetro ambiente, provai un dolore improvviso non fisico ma emotivo , era un dolore della mia anima ; tutto questo pur avendo alle spalle una vita da chirurgo e quindi abituato alle forte emozioni e spettacoli non comuni. Ma quella mano rimasta tesa verso noi era la visione improvvisa della povertà assoluta commista a malattia, disperazione, fame, umiliazione, rassegnazione, dolore, ingiustizia , abbandono,; un'implorazione alla carità. Tutte insieme queste emozioni risultarono molto dolorose... Anche Elia naturalmente provò simile sensazione. Di fronte ad Apiù si trovava steso per terra un pezzo di gomma piuma logoro che fungeva da letto alla nonna, sua compagna di sventura e intorno a lui rifiuti di ogni genere. Volli fissare l'immagine incredibile di quel momento … Dissi che avremmo dovuto portarlo in ospedale per cercare di aiutarlo e iniziare a curarlo ; organizzammo tutto per la mattina successiva, poiché ormai si era fatto tardi . La mattina arrivò in ospedale con un vecchio taxi, dato che non esiste un servizio sociale di ambulanza, seduto su una sedia poiché non si reggeva in piedi e con in mano un pezzo di pane duro che non voleva lasciare a nessun costo. Ad accompagnarlo un' anziana donna che si presentò come sua nonna e una ragazza giovane che disse si essere la zia. Scoprimmo che Apiù era orfano da alcuni anni e da allora era stato mandato a chiedere l'elemosina per procacciare alimenti per sé e per la nonna. Dal periodo in cui aveva perduto i genitori, riferivano avesse perso completamente anche la parola e in più era sordo dall'infanzia e sofferente di una forma di epilessia mai curata. Lo mettemmo in un letto (foto 4 ) del piccolo ospedale rurale di Enongal, lo stesso che si vede nella foto, ma che venne messo in breve tempo in condizioni decenti dai nostri volontari giovani in modo da potergli offrire un sufficiente conforto. Apiù era malato , infetto, denutrito, sofferente , disidratato e spaventato. Dopo essere stato pulito e disinfettato da capo ai piedi ed allettato con lenzuola e biancheria pulita, cominciammo ad idratarlo sia con flebo che con liquidi somministrati per bocca ed iniziammo alcune terapie e i pochissimi esami diagnostici possibili in quello ospedale , cioè alcuni esami ematici ed un' ecografia . Avrò sempre davanti la sua espressione emozionata di quando vide la bottiglia di aranciata che gli avevo portato insieme a dei biscotti. Ne bevve con grande soddisfazione e mangiò lentamente tutto quello che gli passavamo. Il collega rianimatore dott. Giacomo , insieme a Marco (primario di Infettivologia )e Federico medico internista e Federico infermiere di sala operatoria, lo seguirono e curarono per circa 10 giorni ( foto 5 e 6 ) con un'attenzione e competenza professionale non comune, trasformando la sua stanza al pari di una stanza di cure intensive, ottenendo un discreto miglioramento delle sue condizioni cliniche. Incominciavamo ad azzardare sottovoce ipotesi su dove mandarlo e come adottarlo una volta meglio ripreso . Nel frattempo portavamo a termine anche tutti gli interventi chirurgici delle persone che giungevano alla nostra osservazione e che necessitavano di tale terapia, più tutte le visite di medicina generale. Ma le condizioni di Apiù, dopo circa una settimana di discreto benessere, peggiorarono in modo acuto e irreversibile in quanto non rispondeva più alle terapie somministrate per debellare le varie patologie di cui era affetto. Le speranze di un miglioramento svanirono improvvise come pure i progetti che avevamo formulato nei suoi confronti lasciando il posto a un profondo sconforto per la sconfitta che tutti stavamo per subire. Quando l'Africa ti sconfigge lo fa con gran maestria , con la stessa intensità con cui si rapporta con le realtà naturali , cioè senza mezze misure, grande dolore e ampiezza di mezzi ed emozioni . Già avevo sentito il racconto di tremende sconfitte da colleghi medici che avevano lavorato in Africa per molti anni e come le loro anime portassero ancora i segni di quelle cicatrici. Ma per fortuna esistono anche le vittorie e quando le consegui bilanciano nella loro intensità quanto appena detto . L'ultima domenica di fine gennaio 2014, una domenica pomeriggio caldissima con almeno 40 gradi di temperatura e tanta umidità, andai ancora una volta all'ospedale sapendolo grave e lo trovai comatoso con le orbite oculari che erano ormai due fosse profonde asciutte , aride e il suo corpo mosso da un respiro superficiale. La nonna dormiva profondamente per terra nella stanza surriscaldata accanto al suo letto , neppure si svegliò per la mia presenza.. Nessun altro segno di vita tutto intorno , solo un silenzio profondo. In quel momento, in sintonia e contrasto crudele a quanto stessi vivendo, mi tornarono scandite nella mente alcune parole della bellissima canzone " La città vecchia " di Faber che dicevano " … questo ricordo non vi consoli quando si muore si muore soli... ". Feci una carezza su quel volto scolpito dalla sofferenza augurandogli commosso il buon viaggio verso l'aldilà dove pensai avesse per diritto un posto sicuro in Paradiso. Almeno così piacque a molti di noi pensare. Il giorno seguente i parenti ( foto 7 ) vennero a ringraziarci per quanto fatto e dovemmo dare loro un aiuto economico per provvedere al corpo di Apiù, che poi fu sotterrato davanti all'ingresso di quella che era stata la sua baraccopoli . E' un'abitudine frequente per le persone dell'Africa subsahariana sotterrare i propri cari vicino o di fronte all'abitazione. Questa esperienza vissuta insieme ad Apiù scavò a fondo nei cuori di ciascuno di noi, pur tutti professionisti abituati a convivere con esperienze sanitarie di ogni genere. Ma Apiù aveva rappresentato una sfida a cui non eravamo preparati, nonostante avessimo già vissuto altre missioni in Africa. Al dolore no, non ci si abitua mai. Infatti fu inevitabile il paragone con le condizioni della maggior parte dei ragazzi della sua età con cui conviviamo giornalmente nei nostri paesi in Italia , con quanto loro possiedano ed hanno a disposizione. Sapevamo che nella sua vita sarebbe bastato l'apporto di un euro al giorno per garantirgli un pasto decente. Un abisso di diversità si era concretizzato in questo paragone, abisso nel quale siamo sprofondati con le nostre emozioni per poi risalire a fatica e continuare nella realtà della nostra missione . Apiù ci aveva aspettati per il suo appuntamento africano , per incontrarci e insegnare a noi occidentali benestanti molte cose attraverso la testimonianza della sua povertà , dei suoi gesti, della sua sofferenza e del suo destino crudele con cui aveva attraversato un' adolescenza mai vissuta. Ciao Apiù adesso mi piace pensarti finalmente libero , felice e tutti noi siamo onorati per averti conosciuto, per tutto quanto ci hai insegnato e per la possibilità che ci hai offerto di poterti curare, aiutare, coccolare ed offrire una settimana dignitosa e pulita per la tua incredibile vita di martire dell' ingiustizia umana. Ma Apiù è solo un simbolo per milioni di altri bambini e ragazzi che giornalmente sono sfruttati, violentati, rapiti ,soffrono e muoiono perché in condizioni di abbandono e di povertà assoluta , nel contesto di un'umanità sempre più indifferente al loro destino, alla loro esistenza e dignità. .

RCA: polémique sur les candidatures à la présidentielle
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Nov 10th, 2010 byAfricaTimes
Le collectif des forces du changement, qui regroupe tous les partis de l’opposition centrafricaine, a décidé de déposer ses dossiers de candidature entre le 8 novembre et le 8 décembre 2010, conformément aux délais initialement prévus pour participer aux élections présidentielle et législatives du 23 janvier prochain. Mais entre temps, la commission électorale a changé les dates et le dépôt des candidatures est clos depuis lundi soir.
Si l’affiche ne change pas et si la date des élections est maintenue, trois principaux candidats seront en lice le 23 janvier prochain pour la présidentielle centrafricaine : l’actuel chef de l’Etat, le général Francois Bozizé, celui qu’il a renversé le 15 mars 2003, Ange-Félix Patassé, ainsi que l’ancien ministre de la Défense, Jean-Jacques Demafouth, qui est aujourd’hui le chef de file des ex-rebelles de l’APRD.
Refusant de reconnaître la légalité du nouveau calendrier, l’ancien Premier ministre (2001-2003) Martin Ziguélé, qui était arrivé au second tour en 2005, a déposé sa candidature ce mardi 9 novembre « conformément aux délais initialement prévus ».
Emile Gros Raymond Nakombo, qui vient d’être investi par le RDC, le parti de feu le général André Kolingba, compte déposer son dossier en fin de semaine. Le collectif des forces du changement conteste aussi la légalité du découpage électoral et la coalition a déposé le recours devant le conseil d’Etat.
Justin Innocent Wilité, du Congrès centrafricain de la Renaissance, un parti en phase de création, Cleophas Azouroute, membre du KNK le parti du général Bozizé et représentant des jeunes diplômés sans emploi, et Kouet Fodé, un opérateur économique indépendant, ont également déposé leurs candidatures dans les délais reconnus par la Commission électorale indépendante (CEI).

Morire di maternità
Ogni anno mezzo milione di donne muore per cause legate alla gravidanza e al parto. La salute dei bambini dipende da quella delle madri, spiega un rapporto Unicef.

In molti paesi avere un figlio può essere pericoloso: secondo il nuovo rapporto dell’Unicef, più di mezzo milione di donne muore ogni anno nel mondo in seguito a una gravidanza o a un parto difficili. “Mentre dal 1990 il numero delle morti dei bambini sotto i cinque anni si è ridotto, la mortalità legata alla maternità rimane un grosso problema”, spiega il documento. La mortalità materna è spesso associata a una forte mortalità neonatale: ogni anno quasi quattro milioni di bambini muoiono nei 28 giorni successivi alla nascita. Molti di loro muoiono poco dopo la madre. Secondo alcune ricerche condotte in Afghanistan, il 74 per cento dei bambini nati vivi da una madre deceduta dopo il parto non sopravvive.
In Africa e in Asia si concentra più del 95 per cento della mortalità materna e quasi il 90 per cento di quella neonatale. La Sierra Leone ha il più alto tasso mondiale di decessi materni e due soli paesi, l’India e la Nigeria, registrano un terzo delle morti di tutto il mondo. Nonostante gli sforzi degli ultimi anni, il divario che separa i paesi ricchi da quelli poveri rimane enorme: più del 99 per cento dei decessi avviene nei paesi in via di sviluppo. In Africa centrale e occidentale si registrano 1.100 morti materne ogni centomila nascite, rispetto agli otto casi dei paesi industrializzati. Queste cifre non sono cambiate tra il 1990 e il 2005 “Per una donna che vive nei paesi più poveri, il rischio di morire per le complicazioni legate alla gravidanza e al parto è 300 volte più alto di quella di una donna in un paese industrializzato”, spiega l’Unicef. “Nessun altro tasso di mortalità ha un divario così grande”.
Le cause di queste percentuali così elevate sono note: nei paesi poveri le donne partoriscono in casa, senza controllo medico e senza l’assistenza di personale specializzato. “La maggior parte dei decessi materni è legata a complicazioni ostetriche: emorragie postparto, infezioni, eclampsia o travaglio prolungato o distocico”, si legge nel rapporto. Inoltre in questi paesi la malaria, l’anemia, l’aids e i parassiti intestinali indeboliscono le donne incinte.
Per i neonati i fattori di rischio sono strettamente legati allo stato di salute e alle condizioni di vita delle madri. Il ritardo di crescita intrauterino è una delle principali cause di morte perinatale. Come il peso insufficiente, anche questo ritardo di crescita è associato alla denutrizione e alle cattive condizioni di salute della madre.
Malgrado questa situazione, gli Obiettivi di sviluppo del millennio, che prevedono di ridurre del 75 per cento la mortalità materna tra il 1990 e il 2015, non sono impossibili da raggiungere, sostiene l’Unicef. “Gli studi rivelano che l’80 per cento delle morti materne potrebbe essere evitato se le donne avessero accesso alle cure sanitarie di base”, afferma Ann Veneman, direttrice generale dell’Unicef. Ci sono delle soluzioni “poco costose” che permetterebbero di far diminuire la mortalità materna e neonatale: miglioramento delle condizioni igieniche e alimentari, accesso alle cure prenatali, presenza di un operatore sanitario durante il parto, visite postatali. Servono inoltre una serie di misure laterali che vanno dalla distribuzione di zanzariere impregnate di insetticida alla vaccinazione per le donne incinte all’accesso all’acqua potabile. Ma per essere efficaci, queste misure devono essere accompagnate da un miglioramento della condizione femminile: accesso all’istruzione, pianificazione familiare, lotta alle violenze sessuali, ai matrimoni combinati e alle gravidanze precoci. L’Unicef propone quindi un approccio non solo sanitario, ma anche culturale, economica e sociale.
Da sapere
Nel 2007 sono morti nel mondo 9,2 milioni di bambini sotto i cinque anni, il 51 per cento dei decessi è stato in Africa, il 41 in Asia. Nel 2004 i paesi con il tasso di mortalità neonatale più alto erano: Liberia (66 per mille), Costa d’Avorio (64) e Iraq (63).
Nel 2005 sono morte 538 mila donne nel mondo per cause legate alla maternità. Il 51 per cento dei decessi è avvenuto in Africa. Il 43 in Asia.

In Africa è viva la speranza

Dalla fine dell’era coloniale, negli anni sessanta, molti leader africani hanno promosso grandi progetti per i loro paesi e per l’intero continente. Ma quasi sempre hanno fallito. La storia africana è piena di speranze finite nel nulla.
Il 2008 è stato di nuovo un anno pieno di eventi drammatici per il continente: a febbraio il tentato colpo di stato in Ciad e la rivolta repressa nel sangue in Camerun; a giugno la rielezione di Robert Mugabe in Zimbabwe dopo una campagna di terrore. E poi la pulizia etnica in Sudan, l’autodistruzione della Somalia, gli eccidi nella Repubblica Democratica del Congo. Alcuni giornalisti descrivono l’Africa come un luogo di guerre, catastrofi, malattie, corruzione e criminalità. Ma è un giudizio affrettato, in questa parte del pianeta ci sono anche governi stabili, successi economici e progressi democratici.
Oltre al Rwanda, l’esempio più recente è il Ghana, dove il 28 dicembre si sono tenute le elezioni presidenziali in modo pacifico e c’è stato un normale cambio di governo. C’è il Botswana, un paese modello dal punto di vista economico e governato con scrupolo da Ian Khana. In Mali il presidente Amadou Touré è considerato un vero democratico e un garante della pace. Il presidente della Tanzania, Jakaya Kikwete, fino al 2 febbraio alla guida dell’Unione Africana, è un uomo di stato stimato nella comunità internazionale. In Namibia c’è il presidente Hifikepunye Pohamba, che ha sostituito l’autoritario Sam Nujoma. In Liberia Ellen Johnson Sirleaf combatte per assicurare un futuro migliore a un popolo traumatizzato dalla guerra civile. In Sierra Leone il presidente Ahmad Tejan Kabbah lavora alla ricostruzione del suo paese. E in Nigeria, un paese che sembra ingovernabile, il presidente Umaru Yar’Adua tenta di stabilizzare la democrazia.
Eppure, quando si parla di Africa, prevalgono solo i soliti luoghi comuni. 20

Appello contro le deportazioni in Libia Appello 19
Il vertice della Nazioni Unite sulla sicurezza alimentare a Madrid rischia di fallire gli obiettivi. La malnutrizione uccide quasi 10mila bambini al giorno. 23/01/2009 Documento 18
Il prezzo della fame

The Lancet  - Gran Bretagna 4.10.2008

Negli ultimi tre anni i prezzi del cibo sono aumentati dell’83 per cento e non scenderanno prima del 2012, spiega The Lancet. Si stima che oggi 130 milioni di persone sono più affamate e più povere. A risentire di più dell’impennata dei prezzi sono i paesi delle regioni in via di sviluppo: nei paesi industrializzati le persone spendono solo il 10 per cento del loro salario per gli alimenti, mentre nei paesi poveri il 60-80 per cento. Al summit dell’Onu sulla crisi alimentare, che si è tenuto alla fine di settembre, alcuni hanno puntato il dito contro gli incentivi statunitensi alla produzione di etanolo, che ha portato a una diminuzione delle riserve mondiali di grano per uso alimentare. Altri hanno evidenziato la crescente domanda di cibo dei paesi in pieno boom economico come la Cina e l’India. Altri ancora hanno chiamato in causa i sussidi all’agricoltura, che tagliano fuori dal mercato i paesi più poveri. Al di là delle opinioni sulle cause, conclude The Lancet, resta il fatto che nei paesi in via di sviluppo l’aumento dei prezzi può fare la differenza tra la vita e la morte. E all’inizio del 2008 mancavano 800 milioni di dollari dalle casse del programma alimentare mondiale. 17

Tra il dire e il fare

Journal du Jeudi - Burkina Faso 3.10.2008

In un modo o nell’altro, il crac finanziario che sta facendo tremare le principali economie mondiali colpirà duramente anche l’Africa. Il settimanale satirico del Burkina Faso Journal du Jeudi non ha dubbi:”Non ci saranno persone che finiranno per strada a causa dei mutui surprime né impiegati di borsa che perderanno il lavoro. Ma le nostre economie non resteranno certo immuni di fronte alla tempesta che è partita dagli Stati Uniti e che si sta propagando in tutto il mondo. Il motivo è semplice e si riassume in una sola parola: globalizzazione. L’economia africana è molto dipendente dall’andamento dell’euro. Se la moneta unica europea dovesse crollare, le difficoltà dell’Africa aumenterebbero, andandosi a sommare a quelle già esistenti, che negli ultimi mesi hanno causato rivolte e sommosse”. Il settimanale conclude puntando il dito contro l’ipocrisia dei governi dei paesi sviluppati e delle organizzazioni economiche internazionali: “Per anni ci hanno imposto il loro modello, dicendoci che la strada del libero mercato era l’unica possibile per migliorare le nostre condizioni di vita. Adesso che la loro dottrina è fallita, non si fanno scrupoli a nazionalizzare l’economia, facendo ricadere le perdite sui cittadini innocenti. 16

Turismo Responsabile e funzione educativa nei parchi

di Dario Urselli - Accademia Kronos - turismo_responsabile 15

Una nuova speranza

Abdourahman Waberi per Internazionale n. 764 del 3 ottobre 2008

Poco tempo fa a Mantova, durante un bellissimo tramonto, mi sono imbattuto nello scrittore di Mostar Predrag Matvejevic, ospite del Festival della Letteratura. Scuro in volto, solo e davanti ad una bottiglia di vino rosso, l’instancabile viaggiatore della defunta Jugoslavia sembrava portare sulle spalle tutto il peso della scomparsa di una parte del mondo. In un momento di lucida stanchezza mi ha detto: “Adesso è il vostro turno!”. Questo passaggio di testimone tra europei e africani sarebbe stato melodrammatico, se i gesti e la voce di Matvejevic non avessero espresso una grande urgenza. Non era una semplice strizzata d’occhio nei confronti di quella rinascita africana tanto raccomandata dall’ex presidente Thabo Mbeki, né un atto di espiazione per riscattare le colpe delle ex colonie. Ho declinato educatamente il grande bicchiere di vino che mi aveva offerto e sono scomparso nella notte di Mantova. Ho raggiunto alcuni colleghi che discutevano animatamente lì vicino. Qualche ora dopo, le parole del malinconico autore del “Breviario mediterraneo” mi ronzavano ancora nelle orecchie. Dovevo cercare nel cielo africano la fiamma della speranza così cara a Walter Benjamin. Dovevo almeno trovare le ragioni per pensare che l’avvenire sarebbe stato degli africani. Come fare? Innanzitutto evitare di leggere i giornali, che vivono sulle disgrazie quotidiane. Il destino degli africani è stato sempre falsato dalla descrizione che ne hanno fatto gli stranieri: un continente solo, che si avvia verso la tragedia. E i fatti fanno di tutto per dargli ragione. Così gran parte del continente, dal Corno d’Africa alla Mauritania, dal golfo di Guinea allo Zimbabwe passando per le regioni dei grandi Laghi, scivola nella disperazione. Non si tratta di rifare la storia recente di questo continente, ma di analizzare i fattori che sono riusciti ad imporsi, di appostarsi in quella zona al confine tra realtà e immaginazione che può diventare fertile, se nutrita da letture e riflessioni, gli africani, come tutti, mostrano continuamente un’ostinazione toccante e patologica nel sognare la propria esistenza, nel darle un carattere verbale. Così lo scrittore delle Afriche, come il vecchio Giobbe, continuerà ad apostrofare il mondo, incapace di stare zitto o di crogiolarsi al sole della coscienza. Il Ruanda, miniscolo paese densamente popolato, amministrato per secoli da una monarchia autoctona, era sfuggito alla devastazione dello schiavismo. Anche se la colonizzazione ha rappresentato una rottura importante con il passato, il paese è sempre riuscito a gestirsi con grande abilità. Nulla a che vedere con il disordine e l’arte di arrangiarsi dei suoi vicini, che cantano, ballano e si consumano di grandi bevute catartiche. Quasi quindici anni dopo il genocidio dei Tutsi in Ruanda, la comunità internazionale fatica a seguire l’evoluzione di questo paese in modo neutrale, senza subire condizionamenti. C’è chi denuncia l’autoritarismo del governo ruandese, che di recente ha organizzato le seconde elezioni legislative senza scontri e va avanti per la sua strada senza preoccuparsi troppo di quello che dice la comunità internazionale. Altri invece sottolineano i risultati raggiunti dopo il 1994: fermare il genocidio e rimettere in piedi un paese diventato una bolgia dantesca non è cosa da poco. Questo merito va riconosciuto agli ex guerriglieri del Fronte patriottico ruandese (Fpr), che hanno saputo togliersi la mimetica per indossare giacca e cravatta. Stephen Kinzer, scrittore ed ex giornalista del New York Times, è uno di quelli che sottolineano i risultati positivi. Ha appena pubblicato la prima biografia dell’uomo che oggi guida il Ruanda, Paul Kagame. In un mondo pieno di dolore, che sembrava privo di speranza, Kagame ha saputo creare insieme ai suoi compagni d’armi un paese disponibile con tutti i suoi figli: vincitori e vinti, esiliati e profughi. Le curve vellutate delle colline ruandesi risuonano dei canti dei bambini e delle voci dei lavoratori, in gran parte prigionieri liberati dai tribunali Gacaca (i tribunali tradizionali guidati dai saggi del villaggio). Kinzer è riuscito a trattare con obiettività un argomento che lo appassiona: per lui infatti, l’impegno e il coinvolgimento non devono portare a trascurare l’accuratezza delle fonti. Ben documentato, ricco di trenta interviste con l’ex piccolo profugo diventato presidente, il suo libro si legge con grande piacere. Una volta letta questa biografia, è impossibile continuare a dire che il Ruanda è un cimitero di morti. E si capisce finalmente perché il paese delle mille colline è di nuovo in marcia sulla strada del risanamento economico. Il passato non è messo dietro le spalle come una sorta di specchio da guardare con rimpianto, né davanti come un signore tirannico. Questo passato è presente e non può essere dimenticato, come dimostra il memoriale di Kigali. L’equazione che i ruandesi devono risolvere è complessa: come instaurare un sistema politico sereno ed efficace senza passare per una maggioranza nata dalle urne, a scapito di una minoranza? E senza provocare uno scontro permanente tra i due schieramenti politici antagonisti? Per ora la soluzione consiste in un complesso equilibrio tra un partito egemonico, l’Fpr del presidente Kagame, e sei piccoli partiti. A questi bisogna aggiungere i rappresentanti di tre gruppi “vulnerabili” come le donne, i giovani e gli invalidi. Una coalizione eterogenea, ma che ha il merito di esistere, in un paese dove i termini maggioranza e minoranza sono carichi di lugubri connotazioni. In realtà non tutti sembrano apprezzare questa alleanza. All’estero molti la criticano: gli oppositori in esilio, in particolare quelli residenti in Belgio, accusano l’Fpr e il suo capo di soffocare sul nascere qualunque voce fuori dal coro. Human Rights Watch sottolinea, a ragione, l’assenza di opposizione nella nuova assemblea. “Le case, le strade e i viali sono fuggitivi, ahimè, come gli anni”. Questa considerazione di Proust mi è tornata in mente a Kigali, nel luglio scorso. Non ho riconosciuto nulla o quasi della città dove avevo vissuto per due mesi tra il 1998 e il 1999. Certo, i ricordi tendono a trasformare la realtà, ma questa città è molto diversa da come era nove anni fa. Trasformata da cima a fondo, Kigali è ridiventata ricca. Ci sono centri commerciali ovunque, le strade e le case sembrano uscite da un classico sobborgo americano. Il sogno non ha limiti per chi riesce a unire energia e onestà. Il vento del rinnovamento soffia forte e la buona notizia si è diffusa come un lampo negli ambienti d’affari oltre Atlantico. La capitale del Ruanda è sempre più frequentata da uomini politici e filantropi: Bill Gates ha messo mano al portafoglio per contrastare la diffusione dell’aids. Bill Clinton visita spesso il paese, diventato un esempio da seguire per organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale. Tony Blair si è offerto di aiutare il presidente Kagame, suo amico personale. Secondo uno studio di Wall Street Journal, nel 2006 il Ruanda è stato il primo paese africano nella lotta alla povertà. Una volta garantita la sicurezza, le autorità del Ruanda si sono concentrate sull’economia e sulle lotte sociali, rendendo la società più dinamica, introducendo nel 2003 la legge sulle pari opportunità e affidando alle donne incarichi di grande responsabilità. Un successo per un paese dove fino a poco tempo fa la tradizione vietava alle donne di esprimersi in pubblico. Non deve stupire, quindi, se Kigali attira i grandi uomini d’affari e i mecenati del mondo anglosassone. Il Memoriale di Kigali, finito di costruire nel 2006 sulla collina di Gisozi, con l’aiuto di una ong inglese, è diventato il nuovo punto di riferimento della città. Nei sotterranei sono seppellite 250 mila persone uccise nella sola regione di Kigali. Al piano terra c’è un giardino a terrazze che circonda una serie di grandi targhe funerarie. Ricorda alcuni monumenti americani, come il museo dell’Olocausto di Washington. La mostra permanente ha un forte carattere didattico. E’ incentrata sul genocidio del 1994, ma non dimentica gli altri genocidi (Shoah, Armenia, Cambogia), e dà molto spazio alle testimonianze e alle storie individuali. Inoltre il memoriale non passa sotto silenzio le responsabilità delle Nazioni Unite e delle ex potenze coloniali, in particolare quella francese. Non tutto, però, è perfetto. Ci sono i grandi dimenticati della ricostruzione, i sopravvissuti, che formano una categoria sociale minoritaria e silenziosa. Anche se non c’è un’aperta volontà di emarginarli, la politica economica condotta dalla classe dirigente (in gran parte rientrata dall’esilio dopo il 1994) aumenta le disuguaglianze. Questa politica rende i sopravvissuti più vulnerabili ai problemi che tutti i cittadini ruandesi devono affrontare quotidianamente. Inoltre, negli oltre trenta chilometri che vanno da Kibuye, capitale della provincia occidentale, a Bisesero, un luogo della resistenza tutsi, non c’è neanche un cartello che ricordi il genocidio. Lo stato è stranamente assente. Il museo di Bisesero è vuoto, non c’è traccia del custode. I sopravvissuti e i loro figli escono dalle case, stupiti di incontrare degli stranieri. Nessuno, dicono, va a trovarli. Si sentono solo gli ululati rabbiosi del vento tra gli eucalipti. Al nostro passaggio molti mostrano segni di nervosismo e di fragilità mentale. Alcuni sono stati portati sino ad Arusha per testimoniare davanti al tribunale penale internazionale per il Ruanda, con il rischio di riaprire ferite appena rimarginate. Poi tutto è tornato al punto di partenza. Non è cambiato nulla. E’ come se i loro lunghi bastoni da pastori e i loro mantelli troppo grandi per quei corpi gracili non avessero attirato l’attenzione delle ong, più interessate alle grandi città. I sopravvissuti non hanno ricevuto neppure la benedizione evangelica delle chiese americane, sempre più numerose nel resto del paese. Secondo il censimento ufficiale del luglio del 2008, i sopravvissuti sarebbero 309.368. E, a quanto pare, almeno una parte della classe dirigente ha deciso di aiutarli. Il governo ha dichiarato apertamente di opporsi alla politica estera francese e agli interessi della “francofonia”: un evento unico nella storia africana. La forza di questa resistenza nasce in parte dal genocidio, come dimostra il rapporto della commissione Mucyo, pubblicato ad agosto, secondo cui la Francia fu coinvolta nello sterminio dei tutsi. Ironia della sorte, il distacco dalla Francia è compensato dalle simpatie della nuova élite per gli Stati Uniti. Nonostante questa difficoltà, il Ruanda sta costruendo con intelligenza la sua memoria del genocidio. Una memoria che passa attraverso il rinnovamento di antiche pratiche culturali: il cupo umorismo delle sue canzoni e del teatro, l’uso ironico delle figure coreografiche nella danza tradizionale. Oltre ai libri e ai film realizzati da stranieri e ruandesi, un importante lavoro di raccolta è effettuato su scala nazionale sotto il controllo delle associazioni di studenti sopravvissuti. Così va la vita in Ruanda, con le sue sfide e i suoi successi.

Savorgnan de Brazza. L'amico bianco dell'Africa

Ivano Sartori (pubblicato su Il Secolo XIX del 13.08.2008)

Non c’è pace per Savorgnan de Brazza, “il più umano” dei conquistatori bianchi dell’Africa coloniale. Morto a Dakar nel 1905, sepolto ad Algeri, meno di due anni fa è stato trasferito a Brazzaville, la capitale del Congo che porta il suo nome. Non si è ancora ambientato nella nuova dimora, che già la sua discendente Idanna Pucci di Barsento lo reclama. E’ di questi giorni la notizia che vuole riportare la sua salma in Italia. A dire della nobildonna, il governo congolese non è stato ai patti. Chiari fin dall’autunno del 2006. Sì alla traslazione, in cambio: asfaltatura della pista che collega Mbé, il villaggio dove Brazza firmò l’accordo con re Makoko; costruzione di un dispensario medico e manutenzione costante di tutti gli edifici pubblici o privati intitolati all’illustre antenato. Niente soldi, solo opere di bene. Dopo la firma del protocollo d’intesa, i resti di Savorgnan de Brazza, della moglie e dei loro quattro figli sono stati inumati in pompa magna a Brazzaville, nel mausoleo in bianco marmo di Carrara che ricorda un tempio massonico. E’ tutta un trasloco la vita di Pietro Paolo Cergneu Savorgnan di Brazza, nato il 25 gennaio del 1852 a Castelgandolfo, località di villeggiatura dei papi a due passi da Roma. E’ il settimo dei tredici figli del conte Ascanio, di antichissima famiglia friulana, e di Giacinta Simonetti, marchesa di Gavignano, che sostiene di discendere in linea diretta dall’imperatore romano Settimio Severo. Attratto dalla ricca biblioteca di casa, che abbonda di mappe e racconti di viaggi, il piccolo Pietro sogna a occhi aperti. A otto anni inizia ad appassionarsi alle zone inesplorate della terra, E’ affascinato da una carta dell’Africa con al centro un grande spazio bianco in cui campeggia la scritta “Regno dei re Makoko. Paese sconosciuto agli europei”. Quella macchia bianca, insieme alla smania di viaggiare, diventa la sua ossessione. Studente del Collegio Romano, a 13 anni abbandona il proposito di farsi prete. E’ allora che incontra l’ammiraglio Louis-Raymond, marchese di Montaignac, a Roma per consegnare al papa una caravella per conto dell’imperatore Napoleone III. Per darsi un tono, Pietro si presenta all’ammiraglio con le mani infilate in un paio di guanti da ballo color paglia, presi a prestito dalla sorella. Va subito al sodo: vuole arruolarsi nella Marina francese. Il padre acconsente, nel 1866 Pietro Paolo raggiunge Parigi e si presenta al concorso per l’ammissione alla scuola navale di Brest. Nel ’70, allo scoppio della guerra franco-prussiana, il cadetto chiede di poter servire la patria adottiva, ma dovrà aspettare ancora quattro anni prima di essere naturalizzato francese. Da quel momento si chiamerà Pierre Paul François Camille Savorgnan de Brazza con il ‘de’ al posto del ‘di’ e lo scatto automatico dell’accento sull’ultima ’a’ di Brazza. Nel febbraio del 1875 viene promosso capitano. Imbarcato su La Vénus, una fregata che sorveglia le coste del Gabon per contrastare la tratta degli schiavi , fa scalo a Libreville. Montaignac, divenuto nel frattempo ministro delle Colonie, lo incarica di esplorare l’interno del paese e di risalire il fiume Ogooué. La spedizione durerà tre anni. Gli indigeni Apfuru lo scambiano per il feroce Henry Morton Stanley, celebre per il ritrovamento di Livingstone e famigerato per il terrore che suscita il suo passaggio disseminato di carneficine. Piuttosto che ordinare ai suoi fucilieri senegalesi di aprire il fuoco sugli Apfuru, che hanno colpito una delle sue piroghe con una freccia, preferisce ripiegare. Nasce il mito de Brazza. In Francia, la sua immagine è dappertutto: su scatole di cioccolatini, saponette, fiammiferi, sigarette, carne in scatola. E’ la prima forma di marketing legata al nome di una celebrità. Luis Vuitton, che sta rivoluzionando bagagli e valigie, confeziona per lui un baule da viaggio con brandina e scrittoio incorporati. Nel 1880 il governo francese lo invia di nuovo nell’Africa equatoriale ad arginare l’espansionismo di Leopoldo II, re del Belgio, che ha ingaggiato Stanley. Tra i due si scatena una gara. Stanley risale la sponda sinistra del fiume Congo facendosi largo con la dinamite, sterminando a cannonate le tribù che lo intralciano. Sulla riva destra, de Brazza avanza senza sparare un colpo. “Non si passa con il sangue”, è il suo motto. E’ convinto di portare in Africa la civiltà. E’ sicuro che la Francia abolirà la tratta dei neri. Compra schiavi per liberarli e assumerli come portatori stipendiati. E’ un negoziatore paziente, vuole convincere più che vincere. La sua penetrazione oggi verrebbe definita “ecologicamente sostenibile”. Viaggia con un carico leggero e pochi uomini. Partito con quattro mesi di ritardo rispetto all’avversario, riesce a precederlo. In quattro settimane di intensi negoziati con i capi locali, riesce ad aggiudicarsi una striscia di territorio lunga circa dieci chilometri sulla sponda settentrionale del Malebo Pool, dove oggi si trova Brazzaville, diritti commerciali esclusivi e un trattato che impone il protettorato francese sulla regione. Firma l’accordo con re Makoko. Una capanna con il tetto di paglia su cui sventola il tricolore francese e alla quale monta la guardia un sergente senegalese è l’ombelico dei possedimenti coloniali francesi. Il Congo si riempie di bandiere francesi e delle promesse che de Brazza fa agli indigeni: “Sotto questa bandiera sarete al sicuro”. Gli credono. Non sarà così. Le compagnie francesi non sono meno rapaci di quelle belghe. Rientrato a Parigi, nel 1886 de Brazza è nominato governatore generale del Congo francese e del Gabon. Trascorre i dodici anni successivi a creare su tutto il territorio scuole, cliniche e centri di formazione professionale. Ovunque spinge i commercianti europei a retribuire i lavoratori indigeni in modo equo. Refrattario ai metodi violenti, si aliena le simpatie dei potenti finanziari e dei politici corrotti. Nel 1898, senza preavviso, apprende dai giornali di essere stato rimosso dal suo incarico. Si ritira allora ad Algeri, insieme alla moglie e ai figli, vivendo della sua modesta pensione. Vent’anni di esplorazioni gli sono costate l’equivalente di sei milioni di euro e gli hanno prosciugato il patrimonio personale. “Venduti per l’Africa di Pietro”, è scritto sui documenti con i quali la madre ha venduto castelli, terreni e altre proprietà per finanziare le spedizioni del figlio. La famiglia de Brazza ha regalato alla Francia un territorio grande tre volte la sua superficie, pagandola di tasca propria. Nel 1905, quando le atrocità commesse dai colonizzatori giungono alle orecchie dell’opinione pubblica francese, il governo apre un’inchiesta affidandola al solo uomo che ha la statura morale per svolgerla: il 5 aprile Savorgnan de Brazza viene inviato per la terza volta nell’Africa equatoriale. Il ritorno del grande amico bianco è salutato con esultanza dagli indigeni. Si radunano enormi folle per festeggiarlo. Nella foresta, i tam tam annunciano i suoi spostamenti. Ovunque scene di tripudio. Aiutato dai capi tribù, de Brazza individua i luoghi e i responsabili degli orrori. Scopre fili spinati e campi di concentramento con donne e bambini incatenati. E’ la fine di quel sogno di libertà che lo ha accompagnato fin da piccolo. In soli quattro mesi, redige la sua scottante relazione, quindi s’imbarca per la Francia. Stanchissimo e provato nel morale, si ammala di dissenteria. Muore il 14 settembre durante lo scalo a Dakar. Dicono malaria, forse avvelenato. Nessuno vuole che denunci ciò che ha visto. Il governo offre esequie di stato e la sepoltura al Pantheon. La moglie rifiuta l’onore ipocrita e lo fa inumare ad Algeri. Sulla lapide, un orgoglioso epitaffio:”La sua memoria è pura di sangue umano”. Nel febbraio 1906. l’assemblea nazionale vota contro la pubblicazione del suo rapporto, ritenendolo sconcertante e pericoloso per la sicurezza nazionale. Il suo contenuto resterà un mistero. Ai francesi sarà negata la scomoda verità, insabbiata per sempre. Con de Brazza su spegne l’illusione che esista un colonialismo buono. Il massimo è un colonialista buono. Una sconcertante anomalia. L’eccezione alla regola.

Sommet de la FAO à Rome

da Point-Afrique - lettre N°18

Nous vous en parlions déjà en avril dernier : la crise alimentaire mondiale est plus que jamais au centre des préoccupations des grands - et des petits - de ce monde. Les 3, 4 et 5 juin derniers s’est tenu à Rome le Sommet de la FAO (l’Organisation mondiale pour l’agriculture et l’alimentation des Nations Unies), à laquelle ont participé une cinquantaine de chefs d’Etat, sensés trouver des réponses à la sous-alimentation qui frappe aujourd’hui 854 millions de personne. C’est l’intervention d’Abdoulaye Wade qui fut, dans un premier temps la plus remarquée. Car c’est véritablement un cri de révolte qu’il a poussé. «Le problème, ce sont les institutions multilatérales qui prétendent faire de l’assistance alimentaire. C’est un concept dépassé, nous ne pouvons pas continuer à être assistés comme des mendiants», puis «Ne venez plus nous imposer des institutions et des experts, l’Afrique d’aujourd’hui, ce n’est plus celle d’il y a vingt ans. Alors arrêtez cette farce!» a déclaré le président sénégalais qui se dit également «déçu» des institutions comme la FAO. Pour le Directeur Général de la FAO, Jacques Diouf, «le temps du verbe est largement dépassé, le moment de l’action est venu». Il évalue à 30 milliards de dollars par an la contribution de chaque pays pour la relance de l’agriculture et éradiquer ainsi la crise alimentaire. Quand on apprend au même moment que le congrès américain adopte une nouvelle loi qui fixe à 290 milliards les subventions publiques aux grands fermiers... ou que les dépenses du monde en armement en 2006 atteignent 1 200 milliards, on est en droit de se demander quelles sont les priorités de ce même monde. Le secrétaire général de l’ONU, Ban Ki-Moon, a quant à lui, présenté son plan d’action contre la crise alimentaire et a appelé à augmenter la production pour répondre à la demande. Dans cette perspective, trois agences des Nations Unies (PAM, FAO et FIDA) et l’Alliance pour une Révolution Verte en Afrique (AGRA) ont signé un protocole d’accord pour mettre en place une révolution verte sur le continent africain. Kofi Annan, président de l’AGRA, parie lui aussi sur l’aide aux paysans africains pour améliorer leur productivité agricole (à noter que l’Afrique est le seul continent où la production agricole a diminué ces trente dernières années). Il s’agira également d’augmenter les surfaces cultivables ainsi que les rendements grâce à un usage accru des engrais et autres semences améliorées. La révolution verte suppose également des changements profonds dans la commercialisation des denrées. Quant au président français, il n’a rien trouvé de mieux que de proposer la création de fonds d’investissements spécialisés dans l’agriculture... Plusieurs réflexions s’imposent à la sortie de ce sommet qui semble bien avoir accouché d’une souris. La première, c’est que les Africains, pourtant parmi les plus durement touchés par cette crise, sont loin de parler d’une seule voix. La diversité des idées et des analyses, certes bénéfique au débat démocratique, peut se transformer en arme meurtrière quand elle conduit ainsi à l’atermoiement. Ensuite, on peut s’interroger sur le bien-fondé de la référence à la révolution verte des années 60. Celle-ci s’est largement inscrite dans une vision mécaniste et productiviste de l’agriculture qui continue à imprégner les discours de Rome, comme l’indiquent les exhortations à « utiliser plus d’engrais », quand il ne s’agit pas de semences génétiquement modifiées... Or quarante ans de recul commencent à nous donner une idée assez précise du bilan global de cette agro-industrie : épuisement des sols (il faut utiliser des quantités toujours croissantes d’engrais pour obtenir les mêmes rendements), empoisonnement de l’air et de l’eau, destruction dramatique de la bio-diversité et des écosystèmes, utilisation dispendieuse des ressources en eau, transformation des paysans en gestionnaires lourdement endettés auprès des banques... Est-ce vraiment le modèle à suivre, quand celui-ci vient de faire la preuve flagrante de ses limites? Quand les engrais chimiques (produits essentiellement à base de pétrole, on a un peu oublié de le dire) coûteront forcément de plus en plus cher? Mais derrière le débat technique se profilent les véritables enjeux, qui sont politiques. On sait que la situation actuelle est largement imputable aux institutions internationales elle-mêmes, qui ont imposés aux paysans africains une production destinée quasi exclusivement à l’exportation, au détriment des cultures vivrières, et ce afin de s’acquitter de l’éternelle dette - que ce mode de production a lui-même contribué à créer... On sait que les mal nommés bio-carburants (désormais rentables, forcément rentables) aggravent dramatiquement la crise. On dit moins que la financiarisation toujours accrue du monde et son égérie folle, la spéculation, a transformé l’alimentation humaine en simple source de revenus supplémentaires pour quelques-uns... A ce titre, la tragédie qui s’annonce n’est ni technique, ni climatique ou démographique. Elle n’est qu’une simple péripétie du marché.

Mangiare con la FAO

The Independent, Gran Bretagna (pubblicato sul nr.747 di Internazionale)

È giusto che il vertice della FAO a Roma si sia concentrato sugli effetti dell’impennata dei prezzi alimentari sui paesi in via di sviluppo. Questi aumenti stanno facendo salire il conto della spesa anche nel mondo ricco, ma è nei paesi poveri che il costo del cibo è oggi una questione di vita o di morte. La crescita della popolazione mondiale, le nuove abitudini alimentari di Cina e India, il costo dei carburanti, le siccità: sono solo alcune delle ragioni all’origine di questi aumenti, su cui i governi hanno una capacità di intervento limitata. Ma ci sono delle cose che i governi possono fare per cambiare la situazione. La produzione di biocarburanti sta avendo un forte impatto sui prezzi del cibo, sottraendo terreni produttivi all’agricoltura tradizionale. Unione Europea e Stati Uniti sono, da questo punto di vista, i maggiori responsabili. La scomparsa del mais dai mercati spiega un terzo dell’aumento dei prezzi. Serve una moratoria sui contributi ai biocarburanti finché gli effetti sui prezzi non saranno contenuti. Pesanti responsabilità della crisi ricadono anche sulle regole sbagliate del commercio globale. Lo scorso anno la Banca mondiale ha ammesso di avere trascurato l’agricoltura africana, di aver incoraggiato le popolazioni a lasciare le campagne e costretto i paesi poveri a liberalizzare troppo presto le loro economie, danneggiando il settore agricolo. Ma gli agricoltori poveri non giocano su un terreno globale. Nel 2006 il mondo povero ha investito 2,5 miliardi di euro in sviluppo dell’agricoltura, nello stesso anno i contributi agli agricoltori del mondo sviluppato hanno superato i 15 miliardi di euro. Aiutare gli agricoltori europei, statunitensi e giapponesi per motivi politici ha effetti disastrosi: i surplus delle loro produzioni spesso finiscono a prezzi stracciati sui mercati dei paesi in via di sviluppo, rovinando i produttori locali. Servono forti investimenti internazionali nell’agricoltura mondiale e bisogna eliminare i sussidi agli agricoltori del mondo ricco. Ma non basta. La FAO ha bisogno di soldi per rifornire le sue scorte di emergenze. Per adeguarsi alla fine dell’era del cibo a basso costo, infatti, ci vorranno decenni. Ma i delegati riuniti a Roma devono pensare, prima di tutto, a far sì che i poveri di tutto il mondo non muoiano di fame oggi.

Potremmo sfamare tutti, se non si speculasse.

Giulio Albanese.

Il problema non è la quantità di cibo. E' chi lo controlla. Tutti gli esperti sanno che oggi si potrebbe sfamare un pianeta di 12 miliardi di uomini. Perchè allora 850 milioni di persone continuano a soffrire la fame? La verità è che con il cibo si gioca come a Piazza Affari. E' nelle mani di pochi che lo nascondono per speculare sui prezzi. E non è neppure colpa della recente conversione di tanti terreni alle coltivazioni di biocarburanti. In Africa i terreni convertiti sono il 2,5%: una quantità che non basterebbe certo a spiegare la crisi alimentare in corso. Il raccolto dell'altopiano etiopico quest'anno è stato abbondante. Ma dov'è finito quel grano? Nelle mani dell'industria dell'agrobusiness, che poi rifornirà il Pam per far fronte alla carestia in Etiopia.

Ione che cura gli Africani

Sergio Adamoli - Associazione Medici in Africa (pubblicato sul Secolo XIX del 11.04.2008)

Nella Repubblica Centrafricana (RCA) si possono incontrare donne, giovinette ed anche bambine di nome Ione. In origine a questo bizzarro nome in Africa rispondeva solo lei: Ione Bertocchi, la medico genovese che ha scelto di vivere nella RCA. Le altre Ione, quelle nere, sono un omaggio che gli africani le hanno fatto perché le ha fatte nascere lei o, semplicemente, per ammirazione ed affetto. La dottoressa Ione è oggi una anziana signora minuta nella cui parlata traspare, nonostante tutti questi anni di francese e di sango, la lingua locale, la cadenza genovese. Sono andato a trovarla nel Centre d’Accueil della Diocesi di Bangui, dove lei ha un punto di appoggio quando deve andare nella capitale. Mi è costato metterla a sedere, alla fine ci sono riuscito, abbiamo piacevolmente chiacchierato e lei mi ha raccontato qualcosa di sé. Vive e lavora nella Diocesi di Bouar, ma non è una suora, anzi mi ha confessato con un sorriso malizioso: “io sono una sessantottina”. Già perché Ione si è laureata a Genova nel 1966, con il ’68 alle porte al cui movimento ha partecipato attivamente. “Volevamo la democrazia nelle Università e al posto di un barone, che nel bene e nel male era pur sempre qualcuno, ci siamo ritrovati con decine di baronetti…”. Questo però non impedisce a Ione di lanciarsi nella carriera universitaria nella Clinica Medica diretta dal professore Fieschi, dove si occupa di ematologia, dapprima è medico interno, ma presto diventa assistente di ruolo. Finchè un giorno, siamo nel 1974, qualcosa cambia. A questo proposito Ione è un tantinello mistica: nella sua vita, sostiene, tutte le scelte fondamentali sono avvenute nel momento giusto, come guidata dal… Caso. Dalla Provvidenza? Lei non sa dare un’interpretazione diversa. Ma torniamo a “quel giorno”. Si presentò nel laboratorio di ematologia della Clinica Medica, cioè a lei, una suora che lavorava in un ospedaletto missionario a Bocaranga, un grosso villaggio della RCA, al nord, un centinaio di chilometri dal Ciad. La suora cercava qualche strumento di laboratorio per rinforzare il suo piccolo e povero laboratorio di brousse. Ione le regalò qualche camera di conteggio, qualche pipetta ed altro materiale ormai in disuso. Iniziò, da lì, un carteggio con il frate-medico che lavorava nell’ospedaletto africano che culminò con un invito a Bocaranga. Ione parte e resta un mese e mezzo a “dare una mano” al frate nel suo ospedaletto. Ecco il contagio è avvenuto. Rientrata in Italia entra in crisi: il suo lavoro non le basta più, il ’68 ha lasciato eredità nelle quali non si riconosce, molte cose sembrano non avere più senso, in primo luogo la carriera. Resiste un paio d’anni poi si presenta al Cuamm (Collegio universitario aspiranti medici missionari di Padova) dove ha un colloquio con un dirigente (secondo intervento del Caso-Provvidenza) che, saggiamente, le consiglia, prima di fare una scelta definitiva, di provare con una seconda esperienza e le offre uno stage in Nigeria. Così nel 1976 ritroviamo la nostra Ione in Nigeria per quello che doveva essere un breve periodo. Ma (ecco il terzo intervento del Caso-Provvidenza) si ritrova nel mezzo di un colpo di stato, le comunicazioni sono bloccate, l’ospedale è pieno di malati, gli altri medici sono scomparsi ed il mese e mezzo si dilata a due anni. Ione rientra in Italia trasformata, nel nostro Ospedale San Martino morde il freno, regge meno di sei mesi, poi viene a sapere (quarto intervento del Caso-Provvidenza) che le suore di Santa Caterina sono alla ricerca di un medico per un loro ospedale nella Repubblica Centrafricana. Detto fatto ritroviamo Ione a Ngaoundaye, villaggio ancora più a nord, al confine con il Ciad. A Ngaoundaye Ione, che ha finalmente trovato la sua strada, rimane 25 anni, facendo il medico e la chirurga, ormai è esperta. Ha formato personale, medico e paramedico, si è occupata di igiene ambientale (soprattutto delle acque), logistica, educazione, handicappati, ciechi e di tutto quello cui poteva dare un contributo. Da qualche anno l’ospedale missionario è stato ceduto al Ministere de la Santè della RCA ed il posto di Ione è ora coperto da un medico centrafricano da lei stessa preparato. È ormai in pensione? Nemmeno per sogno! Nessuno vuole rinunciare a lei che viene, quindi, rapidamente cooptata dalla Diocesi di Bouar che le affida la supervisione delle attività della Chiesa nella sanità ed il coordinamento con le altre opere mediche cristiane del paese. Durante tutti questi anni la dottoressa è vissuta senza una vera casa, con solo “l’argent de poche”, lavorando duro e certo non per guadagnarsi il paradiso, verso il quale è scettica. E allora? “Non potevo fare altra cosa” dice. Resta soprapensiero, poi continua: “Io volevo cambiare l’Università, la società, persino il mondo ma è stato il mondo che ha cambiato me. Mi ha tolto l’orgoglio e insegnato l’umiltà”. Ma aggiunge: “Non bisogna mai arrendersi. In questo sono rimasta una testa dura, una testa genovese”. Con lei abbiamo parlato anche di Africa. “Non è vero – dice con calore – che è statica, o peggio ancora, come molti sostengono, in progressivo degrado. Io ho assistito ai cambiamenti rapidi ed imponenti. 20-25 anni fa il 75% dei bambini era scalzo, se li conto oggi gli scalzi sono il 25%. Quando io sono arrivata qui c’era un solo medico centrafricano ed era l’assistente di un colonnello medico francese. Oggi c’è un solo medico francese, che è il consigliere tecnico del Ministero e lavora dietro le quinte”. Del personale paramedico qualificato, poi, non ne parliamo neppure. “In 25 anni è stata creata l’università, sono stati costruiti ospedali, piccoli e grandi, ed è stato formato il personale sanitario, medici compresi. E poi vedi questo telefonino – e mi mostra il suo cellulare – non sono solo io che lo possiedo, funziona come funziona, ma è molto diffuso. Questo significa comunicazione, apertura all’interno del paese e anche all’esterno, con il mondo intero. L’Africa in 25-30 anni ha registrato un progresso che a noi europei è costato 2 secoli. L’Africa va avanti, certo vi sono guerre e guerriglie, genocidi e briganti di strada, ma occorre guardare oltre. Bisogna uscire dalle città, andare nelle zone rurali, nei villaggi ed allora ci accorgeremo che allo sgretolamento dello stato il popolo risponde con la creazione di comitati per le scuole, per la salute, per le acque. L’Africa intera è in ebollizione e qualcosa di nuovo nascerà, ne sono convinta. Insomma, aiutare l’Africa non sono soldi, lavoro ed a volte anche vite, buttati al vento. I risultati ci sono, bisogna saperli leggere”.

Due medici savonesi in Africa

(appunti di un viaggio in Repubblica Centrafricana - gennaio 2008)

L’aspetto medico sanitario di questa esperienza è tutto sommato marginale o comunque non peculiare; l’Africa è soprattutto rappresentata dai plurimi contatti che instauri con la popolazione locale, con gli altri volontari presenti sul luogo, con i compagni di viaggio. Ma l’Africa è soprattutto una miriade di sensazioni che attanagliano i tuoi sensi (la vista, l’olfatto, il gusto, il tatto) che ti danno coscienza che stai attraversando una meravigliosa avventura così lontana ma non per questo meno affascinante dal tuo abituale modo di vivere. Il ricordo della felicità stampata sui visi dei bambini africani è forse l’immagine più vera e pura che conserverò per sempre; è l’immagine di una felicità semplice ottenuta con poco o niente magari soltanto con lo scambio di un sorriso o di una stretta di mano, ma è anche una felicità che ti commuove a cui non sei abituato, una felicità che deriva soltanto dal contatto tra persone o magari soltanto con un bon-bon come intermediario. Ma ci sono anche le sensazioni tristi, anzi disperate per un sacco di vite che non siamo in grado di strappare alla morte perché non ci sono medicinali a sufficienza in grado di combattere le tante, troppe malattie presenti in questi climi, non ci sono le condizioni igieniche necessarie affinché queste malattie non si sviluppino, spesso non c’è cibo. Il mio lavoro di medico infettivologo-internista si è sviluppato sostanzialmente su 2 poli sanitari: il Centro di Santè di Wantiguera concepito come ambulatorio per la diagnosi e cura dell’AIDS e di malattie infettive correlate e non (tubercolosi, malaria, parassitosi intestinali e cutanee) e l’Ospedale di Maigarò (vera e propria struttura ospedaliera con 50 posti letto) che ospita reparti di Maternità, Pediatria e Medicina. Queste strutture fanno parte di una rete sanitaria presente sul territorio della Diocesi di Bouar (capoluogo della regione Nana-Mambérè) parallela all’attività sanitaria statale. Gli ospedali statali hanno scarsità di mezzi, le apparecchiature medicali spesso non esistono o sono obsolete ma soprattutto tutti i medicinali forniti al pubblico sono a totale carico dell’utente per cui un ciclo di cure può avere un prezzo proibitivo e quindi non essere affrontabile. I centri di Santè diocesani invece si basano sull’attività di religiosi (in particolare suore o sacerdoti) che operano instancabilmente spesso a rischio della loro stessa vita coordinati da una responsabile sanitaria diocesana, la Dott.ssa Ione Bertocchi generosissima, eccellente ed esperto medico da circa 30 anni residente in RCA. Le prestazioni sanitarie ed i medicinali somministrati hanno dei costi per gli utenti estremamente contenuti ma a chi non ha assolutamente possibilità di pagare non viene comunque negata l’assistenza. Quando, trascorse le tre settimane di missione, è l’ora di ripartire hai la netta sensazione di avere raccolto a piene mani molto di più di quanto hai seminato; forse tutti quei visi che ti porti dentro ti stanno indicando una strada …….la via dell’Africa.

Per me non si è trattato della prima esperienza, sono già stato diverse volte in Repubblica Centrafricana a svolgere la mia attività di ginecologo, ma ogni volta le sensazioni e le emozioni sono sempre forti e indimenticabili. Rivedere le persone con cui avevo lavorato in precedenza, ricevere dimostrazioni di amicizia e riconoscenza dalle persone che avevo curato o con cui avevo collaborato, vedere la lunga fila di donne in attesa di poter effettuare una visita specialistica, l’affetto della gente, i sorrisi, la fiducia, la speranza di poter essere curati e di avere una soluzione ai propri problemi di salute sono ricordi emozionanti che ti commuovono e ti arricchiscono. Purtroppo la carenza di strutture, di farmaci, di mezzi economici e di personale sanitario qualificato ti lasciano spesso una sensazione di impotenza ma ti spingono anche a cercare di fare qualcosa qui da noi per aiutare questa popolazione che deve avere diritto come tutti all’accesso alla salute. La nostra missione non si è limitata tuttavia all’aspetto strettamente medico, infatti abbiamo portato avanti diversi progetti che la nostra associazione “Savona nel cuore dell’Africa” sta realizzando in collaborazione con organizzazioni centrafricane molto attive sul territorio. Nella capitale Bangui è stato firmato un importantissimo accordo per il progetto “emergenza acqua potabile: idropompe per il Centrafrica” che permetterà la produzione locale di 500 pompe per rimettere in funzione i pozzi nei villaggi di tutto il paese e permettere l’accesso all’acqua potabile ad oltre 500.000 persone. A Mbaiki capoluogo della regione della Lobaye si è svolto un bellissimo incontro con tutta la popolazione e le autorità locali per realizzare un progetto in collaborazione con la Provincia di Savona, la comunità del Pollupice e il Comune di Quiliano che permetterà la costruzione di 8 aree di essiccamento della manioca, di una scuola materna e di una scuola elementare. Nella città di Bouar nel nord del paese abbiamo organizzato un corso di aggiornamento sulle problematiche dell’AIDS che ha avuto un grande successo con la partecipazione attiva di operatori sanitari locali provenienti da tutta la regione. Abbiamo trascorso alcuni giorni a Ndim nel nord del paese presso la Missione delle Suore della Misericordia di Savona per lavorare nella maternità e nel centro nutrizionale e per visitare la nuova scuola elementare che la nostra associazione ha costruito ed inaugurato nel marzo del 2007. Nell’occasione abbiamo consegnato alcune copie dei tableaux illustrati per l’insegnamento della lingua francese da noi realizzati in collaborazione con il Liceo Artistico di Savona e che verranno utilizzati da tutte le scuole elementari del paese. Un progetto che apre grandi prospettive di sviluppo è stato portato avanti da due farmaciste della farmacia Mezzadra di Vado Ligure che hanno installato a Bouar un piccolo laboratorio farmaceutico per la produzione di alcuni farmaci essenziali a basso costo e perciò accessibili anche alle ridotte disponibilità economiche della popolazione locale. Questo primo laboratorio pilota fungerà anche da scuola per l’apprendimento delle tecniche di produzione da parte del personale locale per raggiungere l’ambizioso obiettivo di installare altri laboratori farmaceutici in diverse regioni della Repubblica Centrafricana. ZO KWEZO in lingua sangho significa “gli uomini sono tutti uguali”. Questa frase che compare accanto alla bandiera della Repubblica Centrafricana ci ha molto colpito. Sarebbe bello che questo motto diventasse realtà e crediamo che tutti noi possiamo impegnarci a realizzare questo sogno.

Il conflitto nascosto dell'Africa Centrale

Stephanie Hancock - Mail & Guardian - Sudafrica (pubblicato sul nr.714 di Internazionale)

Jacques Bissari ha 70 anni. E' invalido e non riesce a muoversi. Troppo debole per lasciare la sua casa, vive nel timore di essere ucciso da qualche predone. "La maggior parte delle gente è andata a vivere nella foresta. Ma io sono rimasto", racconta. "Quando arrivano i soldati, rimangono sorpresi e mi chiedono che ci faccio ancora qui". Bissari abita a Bedaya, uno delle decine di villaggi abbandonati nel nordovest della Repubblica Centrafricana. A far fuggire le persone che per generazioni avevano vissuto su queste terre sono stati gli attacchi condotti da uomini armati che hanno saccheggiato interi villaggi, uccidendo i civili e bruciando le case. I sopravvissuti si sono rifugiati nella foresta, dove vivono per sfuggire ai miliziani.
Secondo le associazioni umanitarie che lavorano nella zona, i responsabili degli attacchi sono militari delle forze governative e i soldati della guardia del presidente François Bozizé Jangouvonda. Stando alla ricostruzione delle Ong, i raid sono rappresaglie contro i civili sospettati di offrire aiuto ai ribelli. In effetti, alcuni membri delle forze antigovernative si nascondono nei villaggi della zona, ma è difficile credere che abbiano buoni rapporti con la popolazione. "I ribelli si servono dei civili come scudi umani" spiega un osservatore nella città di Paoua. "Gli abitanti della zona sopportano controvoglia la loro presenza, ma non vogliono nemmeno rivelare alle autorità dove si nascondono. Non hanno fiducia nè nell'esercito nè nei ribelli. Sono costretti a vivere nella foresta per non essere coinvolti negli scontri".
Così, il governo accusa i ribelli e loro sostengono che il vero responsabile delle violenze è l'esercito. Tuttavia, anche gli oppositori di Bozizè sanno che spodestare il presidente oggi è più difficile che mai. I ribelli, infatti, hanno poche risorse e un programma politico vago, che renderebbe il paese ingovernabile e caotico. Ma già oggi la situazione non è molto diversa: gran parte del nord della Repubblica Centrafricana negli ultimi anni si è trasformata in una terra di nessuno. Il governo controlla le città principali, ma la foresta è nelle mani dei ribelli, e solo le organizzazioni umanitarie hanno il coraggio di avventurarsi nell'area.
Le prime vittime di questo conflitto sono i civili, costretti a scegliere tra due alternative: rimanere in villaggi vuoti e semidistrutti o rifugiarsi nella macchia, a chilometri di distanza da ogni riserva di acqua e cibo. "La cosa più dura da sopportare per queste persone è la paura", spiega Nicolas Rost, rappresentante a Bangui dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. "Qui tutti temono costantemente nuovi attacchi e hanno ragione: sono già stati assaliti più volte, perfino all'interno della foresta dove si erano nascosti". Quello della Repubblica Centrafricana è un conflitto dimenticato che ha causato una crisi umanitaria molto complessa da gestire: le popolazioni che hanno bisogno di aiuti sono difficili da localizzare e hanno timore di tutto, anche degli stranieri che cercano di aiutarli. "Abbiamo sempre paura che i ribelli o i soldati possano trovarci", dichiara André Ndjikindé, che ha abbandonato la sua casa quando l'esercito ha attaccato la città di Paoua, all'inizio dello scorso anno. "Da quando viviamo qui i bambini non vanno a scuola e non ci sono medici. Se ci ammaliamo, non ci rimane che aspettare la morte". Ndjikindé vive in un riparo di fortuna ormai da 18 mesi. Anche se lo volesse non potrebbe tornare nel suo villaggio natale. "Non abbiamo più un posto dove andare" dice "Quasi tutte le case sono state distrutte durante i combattimenti".

Le comité scientifique de Mémoire Afrique

Une réponse historique à l'ignorance

S'il fallait en reprendre les passages les plus significatifs, voici ce que nous pourrions retenir: «Le drame de l'Afrique, c'est que l'homme africain n'est pas assez entré dans l'histoire. Dans cet imaginaire où tout recommence toujours, il n'y a de place ni pour l'aventure humaine, ni pour l'idée de progrès. Dans cet univers où la nature commande tout, l'homme échappe à l'angoisse de l'histoire qui tenaille l'homme moderne. Jamais l'homme ne s'élance vers l'avenir. Jamais il ne lui vient à l'idée de sortir de la répétition pour s'inventer un destin. Le défi de l'Afrique, c'est d'entrer davantage dans l'histoire». Une lecture superficielle de ce texte pourrait donner l'impression qu'il s'agit d'une analyse anthropologique hasardeuse des années 30. Perdu. Il fut en réalité prononcé le 26 juillet 2007 à l'Université Cheick Anta Diop de Dakar par le président de la République française. Ces propos - ou plutôt ces poncifs - traduisent manifestement une opinion généralement trop répandue en Europe à propos de l'Afrique et des Africains. Ils ont fort heureusement suscité des réactions, principalement dans l'opinion publique subsaharienne. Une femme, malienne et historienne, s'est rapidement faite la porte-parole de ces réactions: «Ayant écouté le désormais fameux discours, j'ai été profondément choquée, de voir le plus vieux continent du monde relégué à la place d'un enfant encore immature, inconscient, sur lequel la lumière tardait à irradier, et sur lequel il fallait se pencher avec compassion», s'est indignée Mme Adame Bâ Konaré, épouse de l'ancien chef de l'Etat malien. Elle a dès lors rassemblé autour d'elle une douzaine d'historiens africanistes du Nord (France, Italie, Allemagne) et du Sud (Afrique du Sud, Mali, Nigeria, R.D.C, Sénégal, Algérie). Les 19 et 20 janvier derniers s'est tenue leur première réunion à l'hôtel Plazza de Bamako. Leur travail préliminaire a consisté à relever et comprendre les stéréotypes, les idées reçues et surtout la profonde méconnaissance de son sujet que révèle ce discours. Des axes de travail ont été ensuite définis: une première partie rassemblera les communications qui réagissent directement au discours de Dakar, la deuxième partie reprendra des points d'histoire africaine. Il s'agit donc d'apporter une réponse scientifiquement argumentée à l'image erronée que certains veulent à toute force coller à l'Afrique. Une Afrique qui serait anhistorique, nostalgique de son passé, immobile et sans avenir - et qui n'existe que dans l'imaginaire d'Européens qui n'y ont jamais mis les pieds. La quarantaine de communications produites donnera lieu à une publication disponible à la rentrée prochaine, et que le comité envisage de remettre en mains propres à M. Sarkozy. L'Afrique toute entière souffre de l'ignorance et des préjugés à son sujet. Une réaction scientifique incontestable s'imposait et nous saluons l'initiative de Mme Ba Konaré et de l'ensemble du comité. C'est aussi la responsabilité de chacun d'entre nous, Africain ou non-africain, de témoigner et de lutter contre cette image rétrograde. Vous pouvez le faire. Chaque contribution est la bienvenue sur la boite memoireafrique@yahoo.fr qu'elle a ouverte à cette intention. Parce que l'Afrique mérite mieux qu'un ramassis de clichés éculés.

I Missionari, costruttori di ponti e di pace

Gianfranco Belgrano - MISNA - Missionary Service News Agency

Bouar, Bocaranga, Ndim, Ngoundaye: nomi di città, villaggi di un paese che forse pochi conoscono. Spesso la gente pensa che il Centrafrica sia una semplice espressione geografica, un modo per indicare una zona dell’Africa sub-sahariana. Invece la Repubblica Centrafricana è uno stato con tre milioni e mezzo di abitanti e molti problemi da risolvere, soprattutto in quel nord-est del paese dove dal 1960 vive e svolge la sua opera di missionario, padre Cipriano, un cappuccino di Arenzano. “Curiosamente – dice – 1l 1960 è anche l’anno dell’indipendenza del paese dalla Francia. In effetti sono cresciuto con il Centrafrica tra Bocaranga e Ngoundaye”. Lì a pochi chilometri da Camerun e Ciad, ha prestato la sua opera per 47 anni. “La gente è maturata, ma questo è un paese abbandonato da tutti; io ho provato ad offrire il mio aiuto, ricevendo in cambio molto di più”. Nella sua Bocaranga, con padre Cipriano ci sono altri due italiani, due centrafricani ed un polacco. Vivono insieme, vanno per i villaggi: “Quando ci spostiamo non portiamo nulla con noi; mangiamo con la gente, a volte condividiamo la stessa casa, viviamo con loro”. Oggi più che mai. Da due anni, questa zona è instabile: ci sono i banditi, i ribelli e l’esercito; tutti contro tutti, con scontri e violenze che hanno costretto migliaia di persone ad abbandonare le loro case per trovare rifugio nelle campagne, nella foresta, in città (a Bozoum sono al meno 11.000) o anche oltre confine in Ciad e Camerun. Secondo il coordinamento degli operatori umanitari, sarebbero 300.000 gli sfollati. Nel disinteresse internazionale più totale, questa zona è teatro di attacchi e combattimenti tra bande armate, movimenti ribelli e truppe governative. Vittima dell’azione violenta di queste forze sono soprattutto i civili accusati da una parte e dall’altra di fiancheggiare le forze opposte. Secondo statistiche dell’ONU, ogni settimana, nei distretti settentrionali si registrano 450 decessi tra i bambini per malnutrizione, mentre le donne sono spesso vittime di stupri. La missione di pace congiunta Nazioni Unite-Unione Europea che dovrebbero essere dispiegate in Centrafrica e in Ciad nei prossimi mesi, rischia di avere poche ricadute positive per le popolazioni centrafricane, perché obiettivo principale del contingente internazionale a guida francese sarà il controllo delle frontiere con il Darfur. Con le violenze è arrivata anche la fame: “coltivare la terra è diventato rischioso - dice padre Cipriano - anche i grandi mercati camerunensi di Mbayboum sono diventati irraggiungibili: i camion vengono scortati da militari, chi si avventura da solo è spesso costretto a pagare salati pedaggi per potere proseguire; tanti villaggi sono stati bruciati, a volte sembra di stare in un deserto. La gente impaurita, si è raccolta intorno a noi". Un ruolo di mediazione, quello dei missionari, riconosciuto anche dalle parti in causa in questa guerra di poveri contro poveri. Ogni settimana, i missionari incontrano ribelli, banditi e governativi; nel frattempo ricostruiscono ponti, riaprono strade, infondono sicurezza. “Io resto un inguaribile ottimista e poi di recente mi sono messo anche a ricostruire i ponti distrutti nel corso dei combattimenti” conclude sorridendo padre Cipriano.

Aiutare l'Africa? L’Africa dei poveri e quella dei corrotti sono immagini estreme che cercano di spiegare in modo superficiale una realtà molto complessa.

Cleophas Adrien Dioma – Burkina Faso (pubblicato sul nr.729 di Internazionale)

Vorrei provare a parlare di come si può “aiutare” l’Africa. So poco di economia, sono solo un africano che vive in Europa e che si confronta con situazioni abbastanza difficili da gestire. Qualche volta mi considero un privilegiato, perchè non sapevo che l’Africa fosse povera. Sì, sapevo che c’erano persone ricche e persone povere. Ma per me era una cosa normale. Forse la cosa più ingiusta era che ci fosse tutta quella corruzione. Anche se in qualche modo, per me africano, finiva per sembrare una cosa normale. Continuo a dire “normale” perché può aiutare a capire, a volte, alcuni atteggiamenti degli africani che vivono in Europa. Soprattutto può aiutare a capire meglio come vanno le cose in Africa. Spesso mi accorgo che chi vuole aiutare l’Africa tende a idealizzare tutto: “In Africa c’è ancora solidarietà, la gente è semplice e si accontenta di poco. Sorride sempre. La colpa dei suoi problemi e dell’occidente”. Anche se l’occidente ha la sua parte di responsabilità nel “disastro” africano, mi chiedo per quanto tempo ancora noi africani daremo ad altri la colpa la colpa dei nostri guai. Una volta, discutendo con degli amici, si parlava dell’uso e dell’abuso del telefonino da parte degli africani. Qualcuno diceva che era sbagliato, che gli africani non dovrebbero avere questi vizi. Ma dove è scritto che non possiamo avere gli stessi difetti degli occidentali? Cosa so dell’Africa, io africano? Niente forse no: poco. Conosco il posto dove sono nato, la mia città, la città di mia madre, il villaggio di mio padre e qualche nazione vicina dove sono andato a stare o a lavorare. Mentirei se dovessi parlare dell’Africa come di qualcosa che conosco. Non conosco neanche bene il mio paese, il Burkina Faso. La mia città, Ouagadougou, è piena di culture ed etnie diverse che si sono incontrate e hanno creato una cultura nuova. Una cultura fatta di mélange, di incontri, dove un dioula (etnia dell’ovest del paese), un peul (che viene dal sud) e un mossi (che viene dal centro) si incontrano e trovano la possibilità di parlare. A Ouagadougou ci sono dei quartieri che parlano dioula, mossi o peul, ma alla fine tutti si incontrano attraverso il francese e il mossi, la lingua più importante, a Bobo Dioulasso è il contrario, anche lì convivono dioula, mossi e peul, ma si parla francese e dioula. E quando vedi un mossi che è nato e che vive a Bobo è completamente diverso da un mossi che è nato e vive a Ouagadougou. E il mossi di Ouagadougou è diverso dal mossi di Zorgho (villaggio mossi). Tutto questo per dire che siamo davanti a trasformazioni che non sono legate solo all’incontro tra le diverse etnie e culture del paese, ma anche a quello tra queste etnie e culture e il mondo occidentale. Così si crea una contaminazione che influisce inevitabilmente sul comportamento delle persone, sulla loro cultura, sugli aspetti apparentemente banali del loro modo di vedere le cose. Mia mamma, che è nata in un villaggio e ci ha vissuto fino a diciotto anni, poi si è trasferita in città per studiare e infine è diventata insegnante, ha cercato per molto tempo di dare a me e alle mie sorelle un’educazione abbastanza occidentale. Mangiavamo cucina occidentale, parlavamo francese, vestivamo all’occidentale. Ho imparato a parlare il dialetto moore (dell’etnia di mia madre) giocando a pallone con gli amici del mio quartiere. Da grande ho cominciato a giocare a basket, imitavo personaggi come Michel Jordan e ascoltavo l’hip-hop. Ero americano. Dopo l’esame di maturità sono andato in vacanza nel villaggio dove è nato mio padre. I primi tempi sono stati molto difficili: senza luce, senza acqua potabile e senza televisione. Ma dopo tre mesi ero diventato uno del posto, conoscevo la gente, i modi di fare, certi aspetti di quella cultura che non era mia, ma era comunque mia. Sentivo di essere un misto di bobo (l’etnia di mio padre), di mossi (l’etnia di mia madre), di francese, di americano. Poi mi sono reso conto di non essere nessuna di queste cose. E di esserle tutte. Prima di arrivare in Italia sono passato dalla Francia. Ero sicuro di me: pensavo che con la mia cultura francese, la mia conoscenza della lingua e gli amici francese che frequentavo in “Africa”, sarei riuscito ad integrarmi facilmente. Già in Burkina mi sentivo più europeo che africano. Che delusione. Ho scoperto che ero un africano, nato in Burkina, che aveva vissuto a Ouagadougou. Quella cultura non mi apparteneva. Sì, avevo assimilato qualcosa della cultura francese, ma questo non faceva di me un francese. Poi sono arrivato in Italia. Ed è qui, forse, che mi sono costruito un’identità più mia, cercando di crearla dentro di me. Oggi mi sento molto vicino alla cultura italiana, che è la cultura che credo di avere scelto. Ma non sono un italiano, sono un afro-parmigiano. E dentro la parola “afro” c’è il mio passato franco-burkinabè-bobo-mossi-peul… sono un misto, un meticcio atipico. Un meticcio culturale. Credo che tutti gli africano siano un misto di tradizione e modernità. Eppure non esistono gli “africani”: ogni africano è diverso dall’altro, come ogni persona è diversa dall’altra. Aiutare l’Africa senza conoscere la sua complessità vuol dire gettare acqua nel mare. E poi non credo che si possa aiutare l’Africa. Penso che si debba conoscerla, che possiamo e dobbiamo cercare di capirla, di fare piccole cose per cambiare la sua quotidianità, ma non credo che sia possibile tornare indietro o imporre quello che noi consideriamo cultura o valori. La cultura è qualcosa che cambia con il tempo e il contatto con le altre culture e civiltà. Le culture africane, attraverso il contatto con il mondo arabo prima, con quello occidentale dopo e oggi con quello asiatico, si evolvono e si trasformano. All’interno di queste trasformazioni ogni individuo sceglie quelle che più gli si adattano. Qualcuno diventa cristiano, qualcuno musulmano, qualcuno rimane con le sue credenze ancestrali. Poi ci sono i comunisti e i capitalisti e si fa politica per cambiare le cose o per cambiare se stessi. C’è un aneddoto che spiega tante cose. In Burkina Faso si dice che il 25% degli abitanti è musulmano e il 10% cristiano, ma il 100% è animista. Mia mamma che dice di essere cristiana, che va ogni domenica mattina in chiesa e prega sempre per me e per le mie sorelle, quando dovevo venire in Europa non mi ha portato solo dal prete, ma anche dal marabou perché facesse dei sacrifici propiziatori per il mio viaggio. Tutto questo per dire che i burkinabè non sono né cristiani né musulmani e non sono neanche più animisti.  Sono tutte queste cose insieme. Si può aiutare l’Africa senza conoscerla veramente? L’Africa ha veramente bisogno di aiuto? Aminata Traoré, l’ex ministra della cultura del Mali, diceva che ”l’Africa non ha veramente bisogno di aiuto: deve prima di tutto essere conosciuta e rispettata”. È vero, senza rispetto e conoscenza è difficile dare un vero aiuto. L’anno scorso c’è stata un’epidemia di meningite in Niger. Il presidente disse che, se per fare arrivare gli aiuti bisognava far venire i giornalisti e i fotografi occidentali a documentare la povertà e la miseria dei bambini, allora era meglio che non arrivassero né aiuti né giornalisti. Non è possibile che si debbano sempre far vedere le immagini dei bambini malati o dei morti, che si debbano mostrare i drammi africani ogni volta che si vuole dare un aiuto. Quando vedo le pubblicità o i documentari che parlano dell’Africa, ho l’impressione che ci sia un bisogno enorme di far vedere solo le cose che non vanno bene. Le immagini sono brutte e drammatiche. E poi, qualche volta, quando ci fanno vedere la parte “bella” del continente, sembra che sia un modo di dire: “Guardate questi qua, che vivono sulla pelle dei loro fratelli poveri”. L’africano povero e l’africano corrotto, che vive bene e se ne frega dei suoi fratelli sfortunati, sono immagini estreme. Immagini che riassumono in modo superficiale cose molto complesse. Credo che dobbiamo chiederci cosa vuol dire per un africano essere povero, qual è la sua idea di ricchezza. Ci sono tante piccole questioni, tante piccole sfumature che non possiamo e non dobbiamo trascurare. Certo è più semplice costruire un ospedale in un villaggio camerunense o una scuola nelle zone più isolate del Burkina. Ma io mi chiedo cosa serva un ospedale in Camerun, se non ci sono medici a sufficienza, a cosa serva una scuola in Burkina, se non ci sono soldi per pagare gli insegnanti. Non possiamo ignorare queste domande. È giusto costruire scuole e ospedali, ma forse sarebbe più utile formare infermieri e insegnanti nel luogo dove vivono. Associazioni e ong fanno molto, ma credo che forse la prima cosa da fare oggi sia ricostruire la “verità”. Mi ricordo di un architetto burkinabè che, dopo aver studiato in Germania, è tornato nel suo villaggio. Vedendo com’era ridotta la scuola dove aveva studiato, ha deciso, insieme a tutti gli abitanti, di costruire una scuola che usava metodi e materiali da costruzione del posto, abbinati a tecniche dell’architettura che aveva studiato in Europa. Su questa storia è stato girato un documentario in cui si vedevano tutti gli abitanti del villaggio, donne, uomini e bambini, lavorare a questa bellissima impresa che apparteneva a loro. L’Africa non è l’unico posto ad avere dei problemi. Quando vedo certe immagini del Sudamerica mi vengono i brividi. E l’assistenza sanitaria negli Stati Uniti mi spaventa, anche se sembra a tutti una cosa normale. Invece un africano che muore di fame no, è un’ingiustizia. Certo è un’ingiustizia, sono d’accordo, ma una come tante: non c’è bisogno di scriverci su dei libri o di farne l’oggetto preferito dei reportage dei fotografi. Lo scrittore svedese: Henning Mankell diceva: “Con le immagini dei giornalisti e della televisione sappiamo come muoiono gli africani, ma non come vivono”.

Gli avvenimenti di Ngaoundaye

Bouar-RCA, 3.6.2007 Una équipe della Diocesi

Mercoledì 30.5.2007 Ngaoundaye è una cittadina di circa 4.000 abitanti. Sede di municipio e di sottoprefettura, è situata all’estremo nord-ovest della RCA, a poco più di 10 km dal confine del Tchad e a 15 km da quello del Cameroun. Ha un buon ospedale, un deposito farmaceutico, asilo, scuole elementari, scuole medie e un liceo tutto nuovo, opere in gran parte lanciate e sviluppate dalla missione cattolica. C’è anche la gendarmeria e un commissariato di polizia e altri servizi amministrativi. Da una quindicina d’anni, il villaggio si è ingrandito anche grazie al commercio sviluppatosi con il vicino grosso mercato di Mbaiboum, appena al di là del confine con il Cameroun. La missione cattolica esiste dal 1962, fondata dai Frati Cappuccini che sono ancora presenti. Fa parte della diocesi di Bouar. Inoltre, fin dagli inizi, c’è una comunità di Sorelle di S. Caterina di Genova. Attualmente, la parrocchia – oltre le attività pastorali ordinarie – gestisce un centro di formazione diocesano per catechisti, un centro agricolo, un centro culturale, una scuola di formazione per ragazze, un’iniziativa di formazione per ciechi e molte altre attività in campo sanitario, scolastico e di sviluppo, sia nel villaggio stesso di Ngaoundaye, sia nei villaggi intorno. La regione, circondata da montagne e attraversata dal fiume Lim, è densamente abitata e centro di importante produzione agricola: sorgo, miglio, mais, arachidi, fagioli, semi di zucca, manioca, alberi da frutta, etc. Ma questa mattina, verso le ore 5, tutto è precipitato. Un gruppo di almeno una decina di uomini armati non meglio identificati, comunemente chiamati ribelli e che si oppongono con le armi all’attuale Presidente Bozizé, entrano a piedi a Ngaoundaye, si dirigono direttamente alla residenza del sotto prefetto e gli chiedono di uscire. Lui cerca di fuggire e gli sparano, uccidendolo freddamente, sotto gli occhi dei suoi familiari. Un’esecuzione sommaria senza spiegazioni. Poi se ne vanno, attraversando tutto il villaggio indisturbati, sparando all’impazzata, specialmente verso la gendarmeria, ma senza fare nulla al resto del paese e alla gente. Evidentemente, cercavano solo lui. Verso fine mattinata, arrivano i militari della guardia Presidenziale (GP) – corpo d’élite sotto il comando del presidente Bozizè che è allo stesso tempo ministro della difesa – che hanno la loro base a Bang (7 km da Ngaoundaye). Sono stati inviati nella zona da alcuni mesi per ripulirla dai ribelli, presenti nella zona dal colpo di stato di Bozizé dell’ottobre 2002-marzo 2003. Arrivano sparando e si insediano nel villaggio. Bruciano alcune case nel quartiere della residenza del sottoprefetto, vicino all’ospedale. E in un altro quartiere, ferendo due-tre persone. Alcune case sono bruciate anche in due villaggi vicini. Poi, i GP vanno alla missione e vogliono obbligare, con prepotenza, i frati a trasportare la salma del sottoprefetto fino a Bangui, la capitale (a circa 700 km da Ngaoundaye). Al rifiuto dei frati, i GP li minacciano, puntando i kalachnikov. Finalmente, si trova un compromesso: P. Bruno accetta di portare la salma fino a Bocaranga (80 km da Ngaoundaye). Parte verso le ore 14 con la salma del sottoprefetto e alcuni familiari (la mamma, due mogli, sei figli) accompagnato dal sindaco di Ngaoundaye. I GP vogliono scortarlo, ma lui rifiuta, per sicurezza, causa la presenza dei ribelli nella zona. Verso le ore 16, arriva a 5 km dal villaggio di Ndim e trova un ponte in fiamme. Si ferma e un gruppo di una cinquantina di ribelli armati gli si avvicinano (sono loro ad aver incendiato il ponte, chiedendogli chi è. Saputolo, vogliono prendere il figlio più grande (un ragazzo di 15 anni) del sottoprefetto e ucciderlo. P. Bruno riesce a convincerli di non aggiungere un morto a un altro morto e lo lasciano partire. Con difficoltà, P. Bruno passa il ruscello a guado e continua su Bocaranga (altri 40 km), fatto segno comunque di alcuni da arma da fuoco da parte dei ribelli, ma senza conseguenze. Poco dopo lui, da Ngaoundaye arrivano i GP che hanno uno scontro armato con i ribelli che si ritirano, ferendo tuttavia 4 militari. I GP proseguono e arrivano a Ndim, dove sparano all’impazzata e lanciano vari razzi. Vanno al dispensario tenuto dalle suore, sparano raffiche contro la scuola cattolica e contro il portale della casa delle suore che non vogliono aprire. Poi proseguono su Bocaranga. Risultato:più di venti case incendiate e due persone ferite. Uno dei feriti, una donna, è morta la domenica successiva 3 giugno a Bocaranga,malgrado due operazioni effettuate all’ospedale. L’altro ferito, un giovane, ha subito due operazioni per estrarre le pallottole ricevute. A Ngaoundaye, intanto, la tensione è fortissima, tutta la gente è scappata, rifugiandosi nei campi e nella brousse intorno al villaggio. I GP s’aggirano per il paese sparando e rubando nelle case abbandonate dalla gente. La gente ha raccontato che alcuni militari si divertivano a sparare sui sacchi e sui catini che la gente portava sulla testa scappando per mettere in salvo quel poco che riuscivano a portare via. Per divertirsi terrorizzando la gente.

Giovedì 31.5.2007 Il mattino, i GP cominciano a bruciare le case del paese. Fino a sera appiccano il fuoco alle case di paglia. Sono ubriachi e drogati. Appiccano il fuoco ridendo, come per gioco. “Sembrano dei demoni e degli energumeni” dice un testimone oculare. Rubano quel che trovano nelle case. Ad alcuni, che cercavano di protestare e di opporsi, bruciano la casa sotto i loro occhi, mettendo loro la canna del kalashnikov sulla tempia. Dalle case in cemento e tetto in lamiera che non sono bruciate, sfondano le porte e rubano quel che trovano. Per fortuna, non toccano gli edifici pubblici: l’ospedale, le scuole, la missione, etc. P. Valentino, Fr. Francesco e le Sorelle aiutano le famiglie che non sono di Ngaoundaye (principalmente maestri, infermieri, poliziotti e altri che  hanno ricevuto l’ordine dai GP di lasciare Ngaoundaye) a fuggire, trasportandoli con un po’ delle loro cose fino al confine del Cameroun, facendo vari viaggi con le auto della missione. Anche il dottore centrafricano dell’ospedale accompagna la sua famiglia al confine, ma poi torna all’ospedale, dove ci sono ancora vari malati che non possono muoversi. Anche lui è minacciato di morte dai militari. Nel tardo pomeriggio, i GP vogliono obbligare P. Valentino a trasportarli con la sua auto. Stanchissimo, dopo una giornata spaventosa, P. Valentino rifiuta e i militari gli requisiscono l’auto. Un militare armato lo minaccia: “tu vuoi bene ai Pana (l’etnia della regione) più che a noi e li difendi, mentre non aiuti noi. Stai attento a te”. Anche Fr. Francesco e Cristina (della comunità delle Sorelle) sono fortemente minacciati con le armi. Un altro militare, manifestamente ubriaco, venuto alla missione per cercare una ruota di scorta, si mette a sparare e dice:”qui ci sono i soldi. Verremo anche qui”. Sempre nel pomeriggio, P. Valentino va a Bang, base dei militari, per incontrare il loro capo, che è un luogotenente, e gli chiede di fermare i suoi uomini che stanno distruggendo Ngaoundaye. Il luogotenente risponde: “non riesco a controllarli, fanno ciò che vogliono”. Finalmente, la sera di giovedì, tutti i GP lasciano Ngaoundaye e si ritirano a Bang. Ngaoundaye è completamente deserta. Il silenzio è assoluto. Non si sentono più le grida dei bambini e le danze intorno ai tam-tam al chiarore della luna. Non si sente più il rumore sordo e ritmato del pilone nel mortaio, con cui le donne preparano la farina di miglio per il pasto. Le case incendiate finiscono di bruciare. “E’ un disastro totale” dice P. Valentino. Purtroppo, non è la prima volta che i GP, sia nella regione di Ngaoundaye che in altre regioni del nord del paese, fanno rappresaglie di questo genere sui villaggi, accusando la gente di collaborare e proteggere i ribelli. Come era successo in aprile scorso nei villaggi di Mbama e di Ndanga, a pochi km da Ngaoundaye , dove i GP avevano bruciato alcune centinaia di case sempre come rappresaglia cieca e indiscriminata. Il sottoprefetto ucciso aveva poi difeso e giustificato pubblicamente l’opera dei GP in questi villaggi. E’ molto probabile in seguito a queste sue dichiarazioni che i ribelli sono venuti a Ngaoundaye per ucciderlo.

Venerdì 1.6.2007 La notte è stata calma. Non ci sono più spari. Qualche persona, molto cautamente, esce dalla brousse e viene a vedere la sua casa, recuperare quel che può essere scampato alle ruberie dei GP o al fuoco, cercare un po’ da mangiare, constatare il disastro. Hanno molta paura che i GP tornino per continuare l’opera di distruzione. Non c’è più nessuna autorità: sindaco, gendarmi, polizia. Tutti fuggiti. In mattinata, i frati, le Sorelle, il medico e alcuni responsabili della JAC e delle comunità di base che sono usciti dalla brousse al richiamo dei padri, si riuniscono al centro culturale della missione per vedere insieme il da farsi. Il medico insiste con la gente che tornino al villaggio perché le piogge sono iniziate e il pericolo delle malattie aumentano specie per i bambini. Il responsabile del liceo dice che gli allievi devono tornare per terminare i corsi e preparare gli esami previsti per il 10 giugno. Viene creato un comitato per recensire le case bruciate e le altre perdite. Viene deciso di utilizzare alcune aule delle scuole e del liceo per ospitare i senza tetto, lasciando libere le aule necessarie per terminare l’anno scolastico. Verranno anche utilizzate le case del centro di formazione dei catechisti, del centro culturale della missione e altri edifici atti ad ospitare, almeno per un tempo, i senza tetto. Alla fine della riunione, sono presenti oltre 250 persone, uscite pian piano dalla brousse. Il comitato del censimento si mette subito al lavoro. Verso le ore 18, presenta le cifre: oltre 540 case di abitazione bruciate, senza contare le cucine – che in genere sono esterne alla casa – e i granai. I senza tetto sono circa 3.000. le cose rubate dai GP o bruciate con la casa sono impossibili da quantificare, ma per la gente di qui è tutto quel poco che hanno. Ora non hanno più nulla. All’ospedale, il medico e qualche infermiere rimasti assicurano il servizio necessario per i malati rimasti. La sera, i frati riescono a recuperare l’auto perquisita dai militari.

Sabato 2.6.2007 Il comitato si riunisce ancora per continuare il lavoro. Viene ribadita la necessità che la gente torni al villaggio. Ma la paura di un ritorno dei GP è molto grande. Viene deciso che i frati vadano in Tchad e in Cameroun a incontrare la gente che vi si è rifugiata al di là del confine per convincerli a tornare. Cosa che sarà fatta l’indomani, domenica. Molto sono partiti decisi a restarci e non tornare più in RCA, causa la situazione che diventa insopportabile. Pian piano, si viene a sapere che l’ordine di attaccare Ngaoundaye è partito dall’alto. Un militare avrebbe detto a un suo compagno che esitava ad appiccare il fuoco alle case: “brucia pure, che questo farà piacere in alto”. I GP restano alla loro base di Bang e non si fanno vedere a Ngaoundaye.

Domenica 3.6.2007 Si celebra la messa in parrocchia con un buon numero di cristiani. Il ritrovarsi, parlarsi, pregare e cantare insieme il Signore, aiuta a ritrovare la speranza e ridà coraggio per andare avanti. La pioggia che cade con forza sin dal mattino ha certamente impedito ad altri di uscire dal loro rifugio in brousse e di spingersi fino alla parrocchia. La stagione delle piogge è cominciata bene: una benedizione dopo sei mesi di siccità della stagione secca. E’ tempo ormai di seminare e piantare per poter poi raccogliere i frutti del proprio lavoro e continuare a vivere. Ma, senza casa è difficile vivere. E per rifare la casa, in questa stagione non si trova più l’erba adatta e sufficiente per rifare i tetti. Bisogna aspettare la prossima stagione secca, fra sei mesi. Ora si tratta di fare il più urgente: dare un tetto, seppur provvisorio, e trovare il necessario da mangiare almeno per un po’ di tempo per tutta questa gente che ha perso tutto. La paura dei GP e delle loro angherie e lo scoraggiamento di vedersi trattare come bestie da coloro che dovrebbero invece proteggerli minano anche i forti e pazienti Pana. Ci vorrà molto coraggio per ricominciare.

Oggi in RCA è la festa della mamma. A Bangui, la capitale, e altrove in tutto il paese, ci sono grandi manifestazioni pubbliche, con feste e ricevimenti ufficiali. Alcune mamme sono decorate dalle autorità. Le mamme di Ngaoundaye e i loro figli, anche loro cittadini dell’RCA, la vivono nella sofferenza, nella paura e nella privazione di tutto: la loro casa e la loro dignità.

Una delle tante AFRICHE

Omaggio a Ryszard Kapuscinski

Terra varia e multicolore, ricca di odori e di sensualità, di umori, di una forza che sconvolge, dove lo spazio diventa un’astrazione. Terra antica e selvaggia, estesa al di là delle proprie montagne. Dove tutto ha avuto origine e dove tutto è ancora legato alle origini; dove si sente palpitare il cuore dell’Africa profonda. Paesi la cui storia parla di antichi imperi medievali, di commerci, di sfruttamento, di razzie, ma anche di culture millenarie che hanno saputo mantenere vive le proprie diversità e così facendo non sono state alterate. I riti, le danze con le maschere, il culto degli antenati; le statue rituali con le braccia rivolte verso un cielo del quale questi popoli sembrano conoscere i più oscuri segreti. Le pratiche magiche, gli oracoli, le divinazioni; guaritori, stregoni ed antichi feticci. In un labirinto di dèi, poveri ma potenti. Territori vergini con popolazioni quasi sconosciute e legate a ritmi ormai invariati da secoli. Terra di uomini: gli Etiopi, la prima popolazione; gli Ashanti e una storia ricca di una ritualità sfarzosa; i Peulh Mbororo, il popolo pastore che ha con le mandrie un rapporto stretto che assume sfumature mistiche; i Pigmei, schivi abitatori delle foreste più profonde; i Dogon, con una esistenza ancora scandita da credenze assolutamente originali fatte di magia e di mistero. I Somba, gli Hammer, i Karo, i Mursi, i Conso, i Musgum, i Kouromba, i Lobi, i Koma…. A testimoniare ed affermare l’orgoglio di una storia antica!